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Il problema non sono i bambini stranieri, ma sono le rigidità di una scuola che ancora trasmette e valuta in maniera verticale e distante. Con il rischio di non vedere competenze e capacità e di medicalizzare le inevitabili incertezze. Di Daniele Novara.

scuola infanzia classe gruppo bambini mare foto antonella santi

Rinnovare la didattica

Ciò che conta è il punto di osservazione. Se gli alunni stranieri vengono visti solo come un problema, si attiva una sensazione di mancanza che produce interventi per andare a colmare presunti deficit. Se viceversa, gli alunni stranieri vengono visti anche come una risorsa, come una possibilità di interazione e di scambio nella prospettiva dell'apprendimento, ecco che il quadro cambia portando alla luce competenze e capacità.
Da quasi trent’anni in Italia, grazie anche al lavoro pedagogico di tanti eccellenti colleghi, la dimensione interculturale è al centro dell'interesse scolastico.
L'idea che mi sono fatto è questa: una scuola di qualità rappresenta una speranza sia per i bambini stranieri che per quelli italiani.
Lo dico senza mezzi termini: il problema è la scuola, non i bambini stranieri. Prendiamo ad esempio il rapporto fra l'apprendimento e lo sviluppo sociale. Sappiamo che i bambini tra di loro attivano dei processi osmotici, delle connessioni neuro cognitive assolutamente uniche e irriducibili.
A scuola i bambini imparano prevalentemente dai compagni, oltre che dagli insegnanti.
Sarebbe logico che sul piano didattico se ne prendesse atto e si abbandonassero definitivamente le metodiche scolastiche basate sulla frontalità, sulla lezione trasmissiva, sui contenuti nozionistici elargiti cattedraticamente in modo verticale e specialmente sulle forme di valutazione che cristallizzano soltanto il processo di crescita nell'apprendimento dei bambini, siano essi stranieri o meno.
Se un bambino ancora non parla italiano, occorre valutare i suoi progressi, non tanto la performance assoluta rispetto ai suoi compagni che l'italiano lo conoscono molto bene e che eventualmente in una prova di arabo otterrebbero lo zero assoluto.
L'intercultura pedagogica, se vuole essere efficace, deve scardinare una scuola in ostaggio del suo passato, di metodiche che non considerano in alcun modo la natura del cervello infantile, la sua propensione al motorio, al sensoriale, all’esperienza concreta e al sociale. In una scuola abbarbicata ancora alla risposta esatta e al dispotismo del programma da seguire, gli stranieri soffrono e con loro anche gli alunni italiani.

Il rischio di “medicalizzare”

Anche l'esempio dei litigi infantili va in questa direzione. I bambini stranieri litigano esattamente come quelli italiani. Non ci sono modalità diverse. Abbiamo bisogno di un buon metodo, non di pensare che il bambino marocchino abbia qualcosa che lo rende più problematico di quello italiano. Sono assurdità ancora presenti nel modo di affrontare litigi infantili, prevale la logica della ricerca del colpevole “chi è stato, chi ha iniziato, chi ha torto, chi ha ragione”. 
Dobbiamo liberare i bambini, sia stranieri che non, dalle incombenze del passato, dalle contrazioni di una pedagogia coercitiva e controllante. È un compito non più eludibile, pena consegnare sia bambini stranieri che italiani alla ricerca di presunte patologie neuropsichiatriche.
Com'è noto, i dati sulle diagnosi neuropsichiatriche scolastiche, sia nel campo dei DSA che della 104, indicano una percentuale praticamente doppia di bambini stranieri rispetto agli italiani. Dimostrando ancora una volta che l'utilizzo della diagnostica scolastica è solo un modo per tamponare le enormi falle di un sistema che invece di guardare avanti si crogiola nel passato.
Recuperare la fiducia nelle enormi risorse dei bambini, sostenere le loro famiglie sul piano educativo sono le basi di un cambiamento possibile da subito, basta volerlo.

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In via di pubblicazione :

 

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Foto di Antonella Santi

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