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Principi e azioni per una scuola che sia davvero inclusiva, attenta a tutti e a ciascuno. Con alcune domande per ricominciare. Di Pierpaolo Triani, Università cattolica di Piacenza

classe multiculturale lettura

Partiamo dai principi. Può sembrare astratto, ma è utile per dare senso, radice e orizzonte alle nostre azioni.
Quando parliamo di inclusione scolastica, ci riferiamo a una prospettiva pedagogica, a un modo di guardare alle persone, la classe, la scuola, l’insegnamento, che intende innanzitutto porsi in alternativa all’esclusione.

È scuola inclusiva quella che si pensa e si struttura come ambiente formativo dove la promozione del diritto universale all’istruzione e all’educazione prende forma attraverso la costruzione continua di un senso di appartenenza a un progetto comune nel quale ciascuno possa riconoscersi; dove ogni alunno possa sentirsi apprezzato, sostenuto, stimolato a imparare; dove possa scoprire il proprio valore attraverso l’incontro con il valore dell’altro.

Scuola inclusiva vuol dire…

Scuola inclusiva è cura costante delle relazioni, dell’accoglienza, del rispetto, dell’ascolto, del dialogo, della gestione dei conflitti, dell’apprendimento inteso non come avventura solitaria, ma come cammino condiviso. È scommessa sull’importanza dell’apprendere insieme, anche per imparare a vivere insieme. Non si tratta semplicemente di mettere nella stessa stanza persone con storie, culture, abilità, conoscenze differenti, facendo poi finta che tutto questo non esista; al contrario significa leggere questa eterogeneità, questo insieme di differenze come una ricchezza per il percorso formativo di tutti; come “oggetto” di lavoro educativo e didattico.

Quando parliamo di inclusione scolastica, perciò, ci poniamo in alternativa anche all’omologazione. Non è un caso che le Indicazioni Nazionali 2012 parlino di una scuola “di tutti e di ciascuno”. È scuola inclusiva quella dove si cerca di promuovere l’apprendimento di ogni alunno, considerandone la specificità, i suoi punti di forza e le criticità. Se siamo riusciti a rendere le nostre scuole accessibili a tutti, facciamo ancora molta fatica a mettere in atto percorsi formativi a misura di ciascuno, a tenere conto delle diverse competenze di partenza, dei diversi stili cognitivi. Promuovere l’inclusione nella scuola comporta il riconoscere che si impara insieme, ma che ognuno impara a suo modo e cercare di costruire forme didattiche atte a tenere insieme questi due aspetti, entrambi imprescindibili. Non è facile, perché occorre sia flessibilità organizzativa e ancora prima flessibilità mentale.

La scuola inclusiva punta in alto

La scuola può tenere insieme la valorizzazione dell’incontro tra le differenze e della specificità di ciascuno nella misura in cui “punta in alto”. La scuola inclusiva infatti è anche il contrario di “abbassamento delle finalità educative”. Un’azione didattica che per includere rende la propria proposta poco ricca di stimoli e poco “sfidante”, mette in atto una falsa inclusione. Al contrario, il processo inclusivo punta a portare ciascuno alla migliore crescita possibile, e per questo cerca di rendere attivo ogni alunno.

I principi vanno tradotti in azioni e forme organizzative. Oggi la prospettiva pedagogica della scuola inclusiva ha definito linee guida, elaborato pratiche e messo a disposizione strumenti; certo c’è ancora molto lavoro da fare soprattutto per quanto riguarda l’articolazione dei curricoli, l’organizzazione scolastica, la strutturazione degli ambienti. Ciò che resta però cruciale è l’atteggiamento del docente.

 

Inclusione “attiva” o “passiva”

Tutti gli insegnanti sanno che “devono fare i conti con l’inclusione”, ma di fronte a questa richiesta (lasciando da parte coloro che fanno finta che non ci sia), possiamo individuare, semplificando, due atteggiamenti tipo. Vi può essere l’insegnante inclusivo “passivo”, che risponde a quello che la sua scuola chiede per declinare operativamente i principi inclusivi senza fermarsi troppo sul senso e sullo scopo di ciò che gli viene richiesto. A volte si adatta mal volentieri, chiedendo soprattutto che gli venga chiarito ciò che deve fare e che quanto richiesto non vada a complicare troppo un lavoro già in sé non semplice. Preoccupato di ricevere richieste chiare, corre il rischio di confondere gli strumenti con i fini.

Vi può essere poi l’insegnante inclusivo attivo; anch’esso cerca chiarezza nelle cose da fare, ma sa che la traduzione dei principi inclusivi è un lavoro che chiede adattamento e progettualità. È fiducioso, ma anche cosciente delle molte difficoltà. Non per questo si arrende, ma è attento, creativo, propositivo, collaborativo.

E tu, che insegnante inclusivo sei?

 

 Per saperne di più

Granata A., Pedagogia della diversità, Carocci, Roma 2016
Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, Edizione Libraria Fiorentina, 2007 (nuova ristampa)
Triani P., La collaborazione educativa, Scholé, Brescia 2018
Triani P., Didattica inclusiva: cinque punti essenziali, in “La scuola e l’uomo”, 5-6/2016, pp. 31-34.
Tomlinson C. A., Adempiere la promessa di una classe differenziata, LAS, Roma.

 

 

 

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