Se l'intercultura si ferma alla primaria

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La "normalità delle diversità" spesso termina con il passaggio alla secondaria. Una scuola troppo uniforme e i dubbi dei ragazzi. A cura della Commissione genitori Cadorna-Milano.

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Per molti di noi genitori è trascorso almeno un ciclo in una primaria ad alta densità migratoria, dove le nazionalità oltrepassano la trentina. È naturale quindi interrogarsi: cosa hanno trovato i nostri figli e figlie, dopo?
I nostri bambini sono diventati grandi con i vantaggi e i conflitti di una realtà multiculturale. Sfide quotidiane, non allegre certezze. Tutto da reinventare a ogni passo: sensibilità da capire, usanze gastronomiche da annusare, standard abitativi e di vita tra i più distanti. Poco a poco ci siamo misurati l’un l’altro:

“Che bella la tua cameretta tutta per te, da me siamo tutti in una stanza”;
“Da te è bellissimo perché si può scrivere sui muri e incollare gli stickers dappertutto”.

Impossibile ricostruire qui la complessità del mondo che è stata un richiamo costante, tra le mura della primaria-laboratorio di via Dolci a Milano. Certo una piccola eco rispetto ai percorsi di vita dei coetanei di altri continenti, ma pur sempre un’esperienza da portare con sé.
Per noi genitori, un percorso che ci ha abituato a esperienze privilegiate, talvolta faticose, ma di fondo stimolanti: avere a che fare con i limiti delle altre culture significa riconsiderare quelli della propria, sempre.

I nostri figli hanno assorbito soprattutto la normalità delle diversità, per cui ogni peculiarità diventa un pari valore; peculiarità su cui si può scherzare e ridere, ma senza che sul particolare si costruisca l’esclusione: se la norma diventa la varietà non c’è nessuna “deviazione” in quanto l’eccezione è la norma.

Da una scuola grande come il mondo... a una scuola più uniforme

Tocchiamo con mano l’immunizzazione dalla stupidità del pregiudizio, proprio nel confronto con la “media” delle scuole “medie”. Abbiamo ottenuto per i nostri figli una sorta di certificato di sana e robusta (difesa della) costituzione; ciò senza grandi meriti da parte nostra e nemmeno della scuola come istituzione, se non nel lasciare che le cose accadessero, semplicemente vivendo uno accanto all’altro.
Siamo del tutto consapevoli che questa immunità non sia una garanzia di durata nel tempo, né che potrà a evitare ad alcuni di essere risucchiati dagli standard della società, di “indossare l’uniforme”, ma siamo ora altrettanto consci che questa si pone come condizione necessaria che – ahinoi – facciamo fatica a riconoscere altrove.

Il passaggio alla secondaria ha messo davanti agli occhi dei nostri figli un orizzonte indubbiamente diverso: più noioso e uniforme per la maggior parte dei casi, o almeno così lo esprimono i nostri figli. 

Per cui, oltre alle rivendicazioni di fronte a una classe sicuramente più monoculturale:

“Mamma, la mia classe è triste; non c’è nessuno di colore, e di straniero c’è solo Amin: io ero abituata a stare in classe con tanti bambini diversi, era così divertente!".

vi è la percezione di atti incomprensibili e ingiusti che nascono solo dalla mancanza di esperienza e dall’isolamento sociale:

“Papà, nella nostra classe c’è Fatima che da quando ha messo il velo non le parla più nessuno. Ma perché lo fanno anche le sue amiche di prima?”

Sino a incontrare una certa ignoranza nel capire la complessità dell’altrui mondo, come quando un compagno chiede a uno dei nostri figli, esonerato da religione:

“Ma sei italiano?”
“sì, certo, perché?”
“Ma se sei italiano, perché non fai religione?”

E se le risate lasciano i più indifferenti, nondimeno bruciano:

“Oggi eravamo in gita sull’autobus ed era seduta una vecchia, di quelle senza casa. I miei compagni hanno cominciato a ridere e a dire che puzzava e che doveva scendere. Allora io mi vergognavo troppo per loro e mi sono seduto vicino alla signora”.

Per non parlare del fatto che, se Awad ha lo zaino in spalla, qualcuno lo prega di non farsi esplodere. Ma chi glielo spiega che, oltre che offensivo per i musulmani, la “battuta” tra le altre cose non ha senso perché Awad è sì egiziano, ma cristiano copto?

“Mamma, mi è venuta una rabbia… Ma sai che non sapevano chi sono i copti?”

La consapevolezza dei ragazzi “pionieri”

Talvolta questa ristrettezza di vedute non riguarda solo i ragazzi, ma talvolta anche gli educatori. Come quando la professoressa di alfabetizzazione non capisce perché l'unica ragazza di origine africana della classe non voglia seguirla per fare l'ora di supporto:

“Lei parla perfettamente italiano, perché la prof insisteva tanto perché facesse alfabetizzazione? Non capisco, che cosa succede?”

Nella secondaria, dove gli iscritti hanno la pelle per lo più di un solo colore, i discorsi non sono più così spontanei, non c’è tensione. C’è poco da imparare sui propri limiti.
Ignoranza, prima che razzismo, sicuro. Ciò crea un certo disagio a chi non ha schematismi precostituiti in testa e non per saggezza innata, ma semplicemente perché gli altri gli si sono già presentati davanti in una molteplicità sempre nuova.

Crescere in scuole-ghetto?

Un ricercatore universitario ha espresso il timore che la classe dirigente del futuro cresca con un’immagine parziale del mondo, in una scuola ghetto di soli italiani bianchi, preferibilmente di classe medio-alta, che sembra essere quella perseguita con accanimento delle famiglie nel fenomeno cosiddetto white flight. Possibile, ma è solo una parte del problema. Sarà piuttosto l’attrezzatura culturale dei ragazzi a venire meno, quando dall’altra parte della scrivania ci sarà un datore di lavoro straniero, o anche semplicemente un selezionatore etichettabile come “diverso”.
Per i nostri piccoli pionieri, sulla soglia dell’età difficile, delle difficili dinamiche singolo VS gruppo, la loro esperienza si traduce in complessità nello scoprirsi, a loro volta “diversi” (quanto meno in sensibilità), dai loro più “simili” (in termini di etnia o di classe sociale). Ma anche in grande forza, in quanto hanno coltivato la consapevolezza dell’eguale dignità di ognuno e quindi, a maggior ragione, di loro stessi!

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