Insegnare nella classe plurilingue

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Quando ci sono alunni che hanno una lingua madre diversa, il plurilinguismo può rappresentare una risorsa per l’educazione linguistica? Di Silvia Sordella

classe multiculturale lavoro cooperativo

Lavorare in una classe plurilingue non significa lavorare in una classe “normale” + gli alunni “stranieri”: si tratta di lavorare in una classe diversa. Ma diversa da che cosa? 

Diversità e normalità

Oggi come oggi, sono più le classi con alunni di origine straniera che non quelle formate da soli alunni di origine italiana (vedi grafico sotto) e pertanto questo supposto concetto di “normalità” andrebbe rivisto. Anche l’idea di “diversità” non può applicarsi soltanto a coloro che possiedono un retroterra linguistico e culturale non autoctono: le classi, normalmente, comprendono un ventaglio di diversità rispetto alla lingua, alla cultura, alla religione, agli stili cognitivi o di apprendimento, alle abilità fisiche o sociali, solo per citare le più evidenti. Ma “la normalità della diversità” comporta una complessità di non facile gestione.

 

Grafico – Scuole per presenza di alunni con cittadinanza non italiana per ordine di scuola (composizione percentuale) – A.S. 2017/2018. Fonte: MIUR Ufficio statistica e studi. Dati aggiornati al 31/08/2019

 

Un equilibrio sempre precario

Quando si preannuncia l’inserimento di un alunno “neo-arrivato in Italia” può crearsi un effetto destabilizzante: oltre a compromettere un equilibrio faticosamente raggiunto nella gestione del gruppo classe, gli ostacoli alla comunicazione fanno apparire inefficaci proprio quei “ferri del mestiere” quotidianamente impiegati nel processo di insegnamento. E c’è sempre bisogno di crearne di nuovi.

 

Bisogni linguistici diversificati

Questo non è il solo aspetto di criticità a cui far fronte in una classe plurilingue. Quando, con fatica, la comunicazione nella L2 risulta efficace e fluente, quando cioè i neo-arrivati riescono a capire e a farsi capire dai compagni e dagli insegnanti, a volte i progressi scolastici paiono arrestarsi, innescando sentimenti di profonda delusione. All’immagine di sé come buoni apprendenti può sostituirsi allora quella di studenti svogliati e, soprattutto, incapaci. Ed è un’immagine condivisa, in una certa misura, con quegli alunni che, pur essendo in Italia dalla nascita, hanno un rendimento scolastico insoddisfacente, come se non capissero la lingua che hanno sempre abitato.

I lettori riconosceranno nelle situazioni sopra tratteggiate le peculiarità dei processi relativi alla lingua per comunicare e alla lingua per affrontare le discipline scolastiche. Una consapevolezza che, tuttavia, non risolve i problemi quotidiani legati alla complessità dei bisogni di una classe plurilingue.

 

Il ruolo delle lingue di origine

Un ultimo elemento di criticità può essere ravvisato nel rapporto con le lingue di origine degli alunni plurilingui. È opportuno far entrare in classe tutta questa pluralità di idiomi? Può davvero il plurilinguismo rappresentare una risorsa per l’educazione linguistica

 

Questo blog non ha la pretesa di dare risposte a questi interrogativi, né di risolvere le problematiche sopra esposte. Ci si propone, tuttalpiù, di accompagnare i lettori nell’esplorazione dei fattori in gioco, anche alla luce delle esperienze di ricerca sul campo, in modo che gli insegnanti impegnati quotidianamente in contesti didattici caratterizzati dall’eterogeneità linguistica possano ricavarne spunti di riflessione, di azione didattica e, ce lo auguriamo, di condivisione (delle fatiche come delle soddisfazioni). 

 

Per saperne di più

Gli alunni con cittadinanza non italiana Anno scolastico 2017/2018: i dati MIUR a questo link

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