Sguardi e gesti fraintesi

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Due brevi racconti con al centro il tema degli “incidenti” nella comunicazione interpersonale tra insegnanti e operatori, da una parte, e genitori stranieri, dall’altra.

Cueva de las Manos

Il linguaggio del corpo, la gestualità, la mimica non sono universalmente comprensibili, ma assumono significati differenti nelle diverse “culture”. Del resto, l’esperienza e le pratiche ci dicono che i conflitti e gli incidenti interculturali insorgono spesso sul piano del linguaggio non verbale o paraverbale.

Un semplice gesto, di frequenza quotidiana, di “senso comune”, agli occhi di una persona straniera, adulta o giovane che sia (soprattutto se vive qui da poco tempo o ha scarsi contatti con i “nativi”), può assumere un altro significato, anche opposto a quello da noi cercato.

E viceversa, ovviamente. “Ignoranza”, scarsa disposizione ad allargare lo sguardo, conclusioni e giudizi poco meditati… sono le cause ricorrenti di questi incidenti.
Occorre molta umiltà nel riconoscere che ci sono altre possibili interpretazioni e “visioni del mondo”. L’esercizio, ammettiamolo, non è semplice. Consideriamo queste due situazioni.

Guardarsi negli occhi

Nella prima, registrata durante un colloquio con un genitore cinese, assistiamo ad una reazione fuori le righe dell’operatore. È il mediatore culturale di origine cinese che racconta: “Spesso in Italia quando si parla con una persona la si guarda negli occhi (…), quando lo sguardo non è stato contraccambiato, e anzi si è rivolto verso terra o in altre direzioni, è subentrata la comunicazione verbale, con tono fermo e perentorio. ‘Guardami negli occhi mentre ti parlo!’”. Per una persona cinese, spiega il mediatore, tenere gli occhi bassi è segno di rispetto nei confronti dell’interlocutore. Ma non era così anche da noi 40-50 anni fa?

Le mani sulla testa

Sul differente significato attribuito ad un gesto, in apparenza di affetto e protezione, come mettere le mani sulla testa di un bambino, si sviluppa il secondo fraintendimento culturale. Questa volta è un’insegnante che racconta, ma la scena si svolge al supermercato.“In quel giorno il luogo [il supermercato] era molto affollato tanto da doversi stringere nel passaggio in alcune corsie... Transitando in una corsia dal passaggio ridotto, incontravo una famigliola proveniente in senso opposto il cui abbigliamento e tratti somatici indicavano una provenienza forse asiatica; famigliola composta di mamma, papà e bimbo al seguito dell’età apparente di circa 5-6 anni. Nel passare, come si fa quando si passa accanto ai bimbi per proteggerli da urti accidentali, posai una mano sulla testa del bambino, sollevando un’espressione di fastidio sul genitore che commentò… ‘non si posa la mano sul capo ai bimbi, è impedimento alla libertà dell’anima!’. Sicuramente tale situazione mi ha fatto pensare ripromettendomi di approfondire, senza peraltro averlo fatto, sulla veridicità di quanto sentito. Di certo ho razionalizzato che è fondamentale conoscere i significati della gestualità al fine di un sempre maggior rispetto reciproco e nell’ottica di una maggiore comprensione”.

Un incontro mancato

A noi qui non è consentito approfondire i tanti significati (sociali e religiosi) del gesto “incriminato”, ma una rapida ricerca su internet offre svariate chiavi interpretative (l’argomento potrebbe essere opportunamente approfondito con i nostri studenti). Preme invece sottolineare la reazione pacata e composta, di apertura e curiosità della persona narrante: “dispiaciuta” dall’accaduto, certamente, ma intenzionata ad andare a fondo per saperne di più.

Credo che altrettanta comprensione avrebbe potuto dimostrare il papà “asiatico”. Forse, anche lui, tornato a casa e ripensando a quanto accaduto, si sarà posto qualche domanda sull’accaduto. Un incontro mancato, dunque, ma capace di aprire qualche pertugio e spiraglio alle nostre “solide” certezze.

Attività in classe

Possiamo partire da questi due malintesi per svolgere alcune attività con i nostri alunni. Potremmo redigere un repertorio di gesti utilizzati nella comunicazione non verbale durante le varie situazioni di una giornata, cercando di esplicitarne sempre i differenti e possibili significati. Ad ogni gesto, potremmo chiedere ai compagni di origine straniera una “traduzione” nel linguaggio verbale del paese di origine. Si potrebbero coinvolgere anche i genitori. Così da evidenziare somiglianze e differenze.

Con i genitori e con i nonni si potrebbero “recuperare” le gestualità di una volta, oggi in disuso, scomparse, “trasformate”. Si scelgano alcuni contesti relazionali: a scuola, in famiglia, con gli amici.

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