Imparare un “altro” italiano a scuola

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È necessario elaborare oggi nuovi protocolli sull’italiano per studiare: la lingua che nessuno apprende come lingua materna e che ogni alunno deve apprendere a scuola. Di Giovanna Masiero e Maria Arici 

classe bambini scuola gruppo lezione

«Mi sentivo in difficoltà perché non capivo niente, entravo in classe e dormivo, perché non capivo niente. Se mi chiedevano di stare seduta mi mettevo a piangere perché mentre mi parlavano non capivo niente, in quel periodo tutto era strano e difficile per me»

«Io l’italiano lo so, sono nato qua, ho amici italiani e con loro parlo di tutto… ho difficoltà solo nello studio, alcune parole le capisco, ma in generale perdo il filo del discorso quando devo studiare e leggere le pagine del libro»

Queste sono due testimonianze che comunicano la complessità delle situazioni relative alla presenza degli alunni stranieri in Italia e la varietà dei loro bisogni linguistici. Per rispondere al primo profilo, una lista di suggerimenti di azione, di organizzazione e di risorse stanno all’interno dei “protocolli di accoglienza” delle scuole; il secondo profilo suggerisce invece il bisogno di nuovi “protocolli”, che si focalizzino su quell’italiano “per studiare”, l’italiano standard che, come Berruto sottolineava, “nessuno (…) possiede (…) come lingua materna: (…) non è appresa da nessun parlante come lingua nativa” (Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, 1987). È solo andando a scuola che ci si accorge dunque di dover usare un altro italiano.

Lingua funzionale alla comunicazione e lingua per lo studio

Per quanto riguarda il percorso di acquisizione di una seconda lingua (L2) è ormai consolidata anche nel mondo scolastico la distinzione tra lingua funzionale alla comunicazione e lingua per lo studio e la conseguente necessità di obiettivi, tempi e modi di acquisizione diversificati.

«Sono presenti nella scuola molti studenti con background migratorio, per la maggior parte si tratta di studenti di seconda generazione, non presentano difficoltà nella lingua della comunicazione ma, molti di loro, non conoscono bene la lingua dello studio e sono in difficoltà con i linguaggi specifici delle varie materie. Queste situazioni sono spesso di difficile individuazione e, a volte, rimangono sommerse venendo classificate come generico disimpegno» (testimonianza docente)

Quando si parla di italiano per lo studio, le competenze (linguistiche, cognitive e metacognitive) si co-costruiscono attraverso l’interazione di tutte le discipline, in quanto esistono sia punti in comune e strategie trasversali, sia peculiarità e specificità di determinati ambiti disciplinari.

Nuove forme di “protocollo”

Che cosa dovrebbero dunque contenere queste nuove forme di “protocollo”?
Innanzitutto una ridefinizione dei “curriculi disciplinari”, come elementi propedeutici alla progettazione dei materiali didattici e alla valutazione dei percorsi. Ciò significa, nel concreto, mettere in relazione le competenze linguistiche di uno studente in un dato momento del proprio percorso di acquisizione/apprendimento della lingua con le competenze richieste nell’area disciplinare (in termini di abilità e conoscenze). Questa azione consentirebbe:

a) il coinvolgimento di tutti i docenti nel processo di insegnamento/apprendimento della lingua;

b) la redazione di Percorsi o Piani Didattici Personalizzati;

c) l’attuazione concreta del principio della “valutazione come specchio della programmazione” (Linee guida per l’inserimento e l’integrazione degli studenti stranieri nella Provincia autonoma di Trento, 2012).

Un secondo punto potrebbe essere la lista delle attenzioni che l’azione didattica dovrebbe sostenere, quali ad esempio:

1) l’utilizzo di un eloquio più lento e attento, da parte del docente e l’instaurarsi di un atteggiamento fortemente collaborativo;

2) l’utilizzo di tecniche per facilitare l’avvicinamento ai testi scritti, come la semplificazione testuale, la redazione di testi ad alta comprensibilità, la facilitazione testuale; oppure la ricerca e la capacità di selezionare tali testi;

3) la possibilità di poter usufruire di tempi e sussidi adeguati per facilitare l’interazione e le attività di classe;

4) l’intenzionalità di rendere l’apprendente sempre più autonomo nello svolgimento di compiti e operazioni e nell’affrontare i testi di studio.

Infine, altro fattore importante sta nella possibilità di avere a disposizione esempi di materiali di lingua dello studio rielaborati e costruiti dai docenti disciplinari durante percorsi e progetti di formazione, che possano servire da modello o da base di partenza per la creazione di altri materiali.

Siamo convinte che leggero è il passo di chi sa dove andare e, con un “protocollo” così composto, le direzioni di alunni e insegnanti sarebbero meno fitte di ostacoli e più chiare.

 

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