“Io manifesto”: laboratorio per la presa di parola

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“Io manifesto”: laboratorio per la presa di parola

Uno spazio di riflessione, nel quale gli studenti possono mettere in gioco la capacità di pensare bisogni e necessità di altri – in questo caso migranti – e ipotizzare possibili forme di manifestazioni collettive.

AMM COVER

Ogni novità comincia come trasgressione segnalata da qualche
vocabolo imprevisto collocato sulla superficie di una società costituita"
(Michel de Certeau, La presa di parola e altri scritti politici)

“Non si dovrebbe mai dare un “noi” per scontato
quando si tratta di guardare il dolore degli altri”
(Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, 2003, p.10)
 

 

 

Qualcosa non va. Gruppi di persone si riuniscono per dimostrare insieme il proprio disagio, la propria discordanza. Manifestare. Tanti individui che camminando insieme formano un unico grande gruppo, che prende un nome unico: “Non una di meno” (manifestazione nazionale a Roma, 26 novembre 2016), “Women’s march” (Washington, 21 gennaio 2017), “La marcia degli scalzi” (in 60 città italiane, 11 settembre 2015), “Manifestazione antirazzista (Firenze,17 dicembre 2011”.
Cosa spinge le persone a scendere per la strada, a manifestare il proprio dissenso in luoghi pubblici? A prendere parola e far sentire la propria voce davanti a quella che percepiscono chiaramente come un’ingiustizia, un diritto negato a sé stessi o ad altri?

Le tappe

“Quando ho saputo quello che era accaduto a Firenze, ho deciso subito di partecipare alla manifestazione. Volevo esserci anch’io, vedere la risposta della gente, e devo dire che è stato un momento emotivamente molto forte e intenso, che ho cercato di raccontare soffermandomi sugli occhi delle persone, sulle loro espressioni, sull’attenzione con cui seguivano ogni momento del corteo. C’erano davvero tantissime persone: parecchi cittadini e cittadine di Firenze […] ma la cosa che mi ha colpito di più è stata la presenza massiccia di tantissimi uomini e donne di diverse comunità africane. Durante il corteo ho cercato in particolare di riprendere il loro modo colorato di animare la protesta, di esprimere il dolore e l’indignazione con canti, balli e musica”.
Dagmawi Yimer, Va’ pensiero. Percorsi di antirazzismo in classe, p. 36.
Il laboratorio “Io manifesto”, tratto dal kit didattico Va’ pensiero. Percorsi di antirazzismo in classe di AMM, parte da alcune di queste domande. Lo abbiamo proposto a due classi di quarta e quinta superiore, in previsione dell’intervento di alcuni studenti in un convegno dedicato al tema della migrazione e dei rifugiati politici.
Tra i principali obiettivi che ci siamo posti con questa attività c’era l’apertura di uno spazio di riflessione, nel quale gli studenti potessero mettere in gioco la propria soggettiva capacità di pensare bisogni e necessità di altri – in questo specifico caso persone che hanno vissuto l’esperienza della migrazione – e ipotizzare possibili forme di presa di parola collettiva. La forma di protesta elaborata sarebbe poi stata messa in scena durante il convegno finale.
Come in altri laboratori (vedi post Per un diario collettivo), siamo partiti da un esercizio di immedesimazione. Ogni studente doveva confrontarsi, infatti, con il tentativo di comprendere esigenze, necessità, malesseri e desideri di una persona diversa da sé; tentare, in sostanza, di pensare, o meglio di pensar-si, come un Altro.

Qualche giorno prima dell'incontro a scuola abbiamo distribuito agli studenti una busta sigillata contenente alcuni fogli nei quali era indicato il “profilo identitario” di una persona: nome, età, provenienza, professione e status giuridico, insieme a una fotografia di quella ipotetica persona. Abbiamo chiesto ad ognuno di loro di calarsi nel personaggio ricevuto casualmente e, a partire da quello, provare ad immaginare: i suoi gusti – “likes” – su musica, film e altro; un suo possibile sogno e un suo incubo; infine di provare a pensare se ci fosse qualcosa che non andasse nella sua vita. Ogni studente, nei giorni precedenti l’incontro, aveva già cominciato a pensarsi in base a quei pochi dati che gli avevamo fornito, e aveva scritto una breve presentazione di “sé stesso”. Il giorno del laboratorio con noi di AMM, ciascuno si è presentato con l’identità che aveva “preparato”.

Nome: Hawa
Cognome: Mohamed Ali
Età: 16
Nazionalità: somala
Professione: studentessa
Status giuridico: protezione sussidiaria

“Likes”
Musica: mi piace molto la musica pop/rock, recentemente sono andata ad un concerto di Justin Bieber
Film: Il mio film preferito è “The help”, perché è l’esempio che l’unione di una minoranza può portare a grandi cambiamenti.
Altro: La domenica mi reco sempre con la mia famiglia in chiesa

Un sogno: Il mio sogno è quello di riuscire a diventare un bravo medico per poter aiutare tutti i bambini malati del mio villaggio.

Un incubo: un incubo che ricorre molto spesso nei miei sogni è quello che non mi venga rinnovata la protezione sussidiaria e che rispediscano me e la mia famiglia nel nostro paese d’origine, di conseguenza non riuscire a portare a termine gli studi ed essere promessa in sposa ad una persona che nemmeno amo.

Cosa non va? Per ora, qui in Italia le cose vanno abbastanza bene, mio padre e mia madre hanno un buon lavoro. L’unica cosa che “non va” è che mio fratello maggiore si è trasferito in Inghilterra per studiare da attore e fare ciò, secondo i miei genitori, non è una cosa dignitosa.

 

A partire dalla divisione della classe in due gruppi – ogni gruppo costituiva una specie di piccola comunità -, abbiamo creato altri tre sottogruppi più piccoli di 4-5 studenti, chiedendo loro di immaginarsi seduti intorno al tavolino di un bar in un giorno qualsiasi. Ogni gruppo si è così raccolto per confrontarsi con gli altri sulle vicende della “propria” vita, soffermandosi in particolare sui possibili problemi del proprio “profilo identitario”. Ogni piccolo gruppo, ascoltate le voci di tutti, ha quindi avviato una riflessione sulle diverse questioni emerse, cercando il modo di individuare soltanto due problematiche – scegliendo quelle sentite come più urgenti e condivise dalla maggior parte del gruppo, oppure articolando diverse problematiche in un’unica istanza, negoziando dunque i temi – per elaborarli “politicamente”.

  

Una volta appuntati i nodi tematici prescelti dal primo “piccolo gruppo”, un paio di persone si sono trasferite negli altri gruppi per farsi portavoce delle questioni emerse; anche in questa seconda fase sono state scelte quelle avvertite dalla collettività come più urgenti, rielaborate ulteriormente.

Tra i temi/problemi emersi maggiormente vi erano:

• L’Italia non vuole concedermi i documenti per cui lavoro in nero e vengo sfruttato.
• Dato che non ho i documenti non mi sento integrato.
• Faccio fatica a pagare tutte le tasse.
• Sono dovuto scappare dal mio paese a causa della guerra.
• Ho poca libertà, lavoro tanto e guadagno poco.
• Solitudine, non so bene la lingua, ho paura di subire aggressioni a causa della mia nazionalità e del posto in cui vivo.
• Solitudine e pregiudizi, difficoltà ancora adesso ad integrarmi.
• Sono più di tre anni che non ho notizie di mio padre, e in due anni sono riuscita a vedere solo due volte mia madre e i miei fratelli.
• Troppe ore di lavoro, bassa paga, i miei figli sono in Cina con i nonni e mi mancano.
• Il problema è che ho un permesso di soggiorno triennale e non sono sicura di poterlo rinnovare quando scade.

Infine, i piccoli gruppi si sono riaccorpati nei due gruppi/assemblea, nei quali la classe era stata divisa inizialmente. Ognuna delle due assemblee ha cercato di elaborare una possibile forma di protesta e di manifestazione per dimostrare pubblicamente il suo punto di vista collettivo. Sono state così individuate delle strategie d’azione: sit in; manifestazioni; flash mob; appelli, e altro.

La fase conclusiva è stata il momento di performance “pubblica” dell’azione o del progetto di protesta: a turno i due gruppi hanno messo in scena la propria protesta davanti all’intero gruppo-classe.

  

Cosa è emerso?

Dal punto di vista dell’immedesimazione dei “profili identitari” dai noi forniti, alcuni studenti hanno manifestato il proprio disagio e la propria difficoltà al momento di dover scegliere i “gusti” dell’ipotetica, ma realistica, persona nella quale dovevano immedesimarsi. Alcuni si chiedevano ad esempio: come fare a non banalizzare o stereotipizzare una studentessa somala di sedici anni? Come posso conoscere o immaginare i suoi gusti musicali? Se ci si immagina che ascolti Justin Bieber, il timore è quello di banalizzarla, ma se le si attribuisce musica rock, forse è il soggetto che si immedesima che prende il sopravvento sul personaggio inventato?

Per quanto riguarda la ricerca di questioni che “non vanno”, che devono essere cambiate e risolte, alcuni studenti sono riusciti ad immedesimarsi verosimilmente in questioni realistiche, in certi casi “intime” e plausibili, che possono avere a che fare con la dimensione quotidiana. Altri, tuttavia, hanno fatto riferimento a questioni che potremmo definire come universali, quali ad esempio la “fine della guerra”, la “pace tra i popoli”. Questioni che nella fase successiva di elaborazione della protesta hanno portato buona parte degli studenti a sentire come inadeguata qualsiasi forma di dimostrazione pubblica, in quanto inefficace verso un cambiamento.

In questo senso, alcuni studenti hanno palesato la loro difficoltà nel trovare forme appropriate di presa di parola. Alcune forme di protesta, come la manifestazione in piazza, sono percepite come troppo abusate, dunque inefficaci.

Altri ancora hanno cercato di schivare forme conflittuali di protesta, percepite come inevitabilmente violente. Come se il conflitto – anche non violento – costituisse una modalità fallimentare di reazione alle contraddizioni sociali. In questi casi, infatti, la “protesta” è stata articolata in termini di produzione di progetti culturali, o anche di “eventi culturali” aperti.

Il processo innescato dal laboratorio – attraverso l’intreccio di presa di coscienza dei problemi sociali, immedesimazione nell’Altro e istanza di cambiamento – ha reso visibili alcune dinamiche molto interessanti, relative alle difficoltà di partecipazione alla vita comune, di affermazione della propria soggettività, di riconoscimento della capacità di agire individuale e collettiva. L’Altro – con il suo vissuto un po’ da osservare, ricorrendo all’evocazione di frammenti di conoscenza estemporanea su contesti, popolazioni, fenomeni sociali, un po’ da immaginare e ricostruire attingendo alla propria esperienza personale – ha consentito, se non di fare chiarezza sui propri desideri e sulla propria capacità di relazionarsi in gruppo per negoziarli e renderli politicamente vivi, almeno di confrontarsi con i limiti caratteristici dell’epoca in cui siamo immersi che ostacolano la possibilità di pensare la politica come vita attiva.

Foto di apertura: Mario Badagliacca - 2015

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