Per un diario collettivo

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Raccontare e descrivere la realtà da altri punti di vista, confrontarsi con visioni del mondo diverse, depositare nella scrittura emozioni e stati d’animo: il percorso dei laboratori proposti da AMM. Di Monica Bandella, Gianluca Gatta e Susanna Guerini

AMM MIlano TRam

Immaginate di essere su un tram

Padova, 18 marzo 2016. Guardate questa foto. Immaginate di essere tutti sul tram per tornare a casa, la sera dopo il lavoro, guardando fuori dal finestrino. L’autista rallenta per la prossima fermata. Dall’altro lato della strada, alla fermata della direzione opposta, vedete un uomo nero sdraiato a terra, in una pozza di sangue. Il tram riparte e prosegue. Voi scendete alla vostra fermata.
Ognuno di voi torna a casa e, prima di andare a dormire, scrive sul proprio diario cosa gli è successo durante la giornata.

Dopo aver scritto una breve pagina di diario, ogni partecipante ha letto ciò che ha scritto e pensato il proprio “personaggio”. Sul tram immaginario erano presenti Livia, professoressa di liceo di 44 anni; Giorgio, l’autista del tram cinquantenne; Mario, fotografo di 61 anni; Carmine, carabiniere in pensione di 72 anni; Caterina, insegnate di sostegno trentenne; Hawa, casalinga e rifugiata politica somala di 53 anni; Vincenzo, padre di 39 anni insieme a sua figlia di 10 anni Sara; Yussuf, disoccupato senegalese di 40 anni; Carmela, avvocata di 36 anni e Ali, ristoratore egiziano di 46 anni.

Yussuf, 40 anni, disoccupato

Mentre ero in tram, in corsa, ho visto un amico africano a terra, sanguinante, forse è stato pestato da qualche bastardo razzista. E la cosa più sconvolgente è che tutto il popolo bianco civilizzatore e vecchio è rimasto indifferente. Nessuno si è fermato ad aiutarlo. A casa mia quando qualcuno sta male c’è il villaggio intero che aiuta. E non solo. Anche a Dakkar, nel viavai frenetico della grande città, c’è sempre qualcuno che si ferma ad aiutare chi ha bisogno. Se non fossi disoccupato e senza documenti sarei sceso alla fermata successiva. Ma ho visto due poliziotti che si avvicinavano e ho avuto paura. Avrebbero potuto arrestarmi e rimandarmi a casa. Chissà, forse sarebbe meglio, forse potrei sentire la mia anima più serena. Ma da noi è proibito tornare a mani vuote. Chi non riesce a provare il successo, la riuscita, chi non torna ricco, è un fallito; e lo diventa anche la sua famiglia. No, non posso tornare. Devo stringere i denti, resistere, andare avanti. Allah mi aiuterà, Allah è grande, Allah Akbar.

Livia, 44 anni, professoressa di liceo

Il mio divano, non vedo l’ora di sdraiarmi sul mio divano, rilassarmi e dimenticare tutto il chiacchiericcio del collegio docenti. Ma guarda lì sul marciapiede. Cosa gli sarà successo? C’è sangue, ci sarà stata una rissa ma tutti fanno finta di niente intorno. Che chiami io l’ambulanza? Faccio fermare il tram? Ci sarà stato un regolamento di conti tra africani per il controllo di qualche piazza di spaccio? E se è così cosa c’entro io in tutto questo? Ma sì, che se la sbrighino tra di loro. Vaso a casa e bevo il mio prosecco sul mio comodo divano.

Giorgio, 50 anni, autista di autobus

Pensavo di essermi abituato alle cose “strane” e diverse dall’ordinario che vedo tutti i giorni durante il mio servizio, ma oggi è stato diverso dal solito. Lungo la strada principale ho visto una persona distesa sulla strada in una pozza di sangue. Ho provato una stretta al cuore, una gran pena. Da quello che sono riuscito a vedere in quell’attimo è che era una persona di colore, di giovane età. Mi venne in mente che forse, in quella strada, quella giovane vita molto probabilmente aveva terminato il progetto di una vita migliore.

Scrivere il proprio punto di vista

Nessuna delle persone che ha partecipato al laboratorio aveva mai visto il documentario Va’ pensiero. Storie ambulanti di Dagmawi Yimer, e nessuno conosceva la storia di Mohamed Ba, protagonista della storia. Noi invece avevamo pensato proprio all’episodio dell’aggressione raccontato da Mohamed Ba davanti alla telecamera di Dagmawi Yimer. E questo racconto lo abbiamo fatto ascoltare al gruppo dopo la lettura collettiva delle loro pagine di diario.
Abbiamo sperimentato l’attività “Per un diario collettivo” in vari contesti, in particolare durante incontri laboratoriali con insegnanti e formatori delle scuole seondarie. Gli esempi qui riportati sono relativi a corsi di formazione tenuti a Padova e a Torino nel 2015-2016. L’attività di scrittura e narrazione condivisa voleva stimolare un confronto sulle reazioni individuali di persone che immaginano di trovarsi in una specifica situazione insieme ad altri, in un luogo pubblico.
A ogni partecipante è stato consegnato un foglio bianco con un’intestazione che riportava i dati di un personaggio: nome, professione o status ed età. A ognuno abbiamo chiesto di immaginarsi nei panni di quel personaggio e di trovarsi in una situazione che abbiamo descritto subito dopo aver distribuito i fogli, con l’aiuto di una fotografia per stimolare l’immedesimazione. Le situazioni scelte includevano i disagi, le privazioni dei diritti e le violenze che caratterizzano i nostri spazi urbani contemporanei.
Dopo aver descritto la situazione in cui dovevano immaginarsi, abbiamo chiesto al gruppo di far tornare il proprio “personaggio” a casa a scrivere una pagina di diario. Ogni partecipante ha avuto una mezz’ora per scrivere il proprio testo. Al termine della fase di scrittura, creato il giusto clima di raccoglimento, abbiamo avviato la lettura circolare ad alta voce dei diari. Ogni partecipante, a turno, ha letto l’identità del proprio personaggio e la pagina di diario in prima persona.
Per rendere l’attività più realistica era importante che la lettura seguisse un flusso continuo e le persone non “uscissero” dai propri personaggi, quindi abbiamo evitato interruzioni durante la lettura o nel passaggio da un brano all’altro.
L’episodio immaginato e pensato come “possibile” ma non reale, si è trasformato in realtà quando ha cominciato a parlare Mohamed Ba. Il gruppo ha cominciato ad “uscire dal personaggio” e ad ascoltare quell’episodio di violenza accaduto realmente a colui che stavano guardando grazie al film.

 

Le emozioni suscitate da un’immagine

Torino, 18 dicembre 2015. Stazione di Torino Porta Nuova, ore 8:00. Molte persone sono accampate nell’atrio principale della stazione. Sono adulti e bambini, vengono dalla Siria, e da altri paesi. Sono scortati dalla polizia e in attesa di trasferimento.

  

© Rebecca Harms – Rifugiati alla stazione Keleti di Budapest, 4 settembre 2015

A Porta Nuova erano presenti una ragazza tedesca “che sta viaggiando con amiche e porta un pesante zaino”; un poliziotto calabrese; un giovanissimo alpino in servizio alla stazione; una donna capotreno di 40 anni; un senza fissa dimora “che dorme spesso alla stazione”; un pendolare di mezza età “che indossa un loden verde”; “la giornalaia sessantenne della stazione”; “una giovane donna eritrea seduta a terra”.

Una giovane donna eritrea seduta a terra

Non capiscono, non capiscono che qua non si sta bene. Li vedi che arrivano e si ammassano e appena mettono piede in Europa si rendono conto che la realtà non è neanche lentamente simile a quello che potevano sperare prima di mettersi in viaggio.
Il loro sguardo lo conosco bene, la delusione e lo smarrimento sono sempre gli stessi, sulla faccia di tutti, sulla mia di dieci anni fa quando sbarcai in Italia e invece di accoglienza e aiuto trovai una prigione (li chiamavano Centri di Permanenza Temporanea) e sulle loro di oggi che passano di qua, sballottati da un treno all’altro senza sapere neanche bene dove sono diretti. Già, sono passati dieci anni e io sono ancora qua, in un modo o nell’altro questa città non mi ha lasciato morire di fame (di freddo però quasi, è tutti gli inverni!). E loro? Sono tanti, da dove vengono?
Da cosa scappano? Hanno idea di cosa stia succedendo di loro? Non so cosa darei per sentire i loro pensieri… ma no, forse meglio di no, la voglia di scappare anche da qui tornerebbe forte.

Un giovanissimo alpino in servizio alla stazione

Sono stanco, le gambe mi fanno male. Mi sembra ancora di sentire quelle voci. Le urla di bambini, tante voci, tante lingue. La gente che si spinge.
Io lì, al mio primo servizio.
Pensavo di dover forse un giorno intervenire per un soccorso ai terremotati, per una catastrofe naturale. Ma non mi sento pronto ad affrontare questa umanità. È una folla impressionante. Non so neppure bene da dove vengono.
Certamente ti lasciano sconcertato.
Non pensavo di dover far fronte a un esodo di disperati. Io ed i miei colleghi siamo rimasti per un po’ senza parole.

Un pendolare di mezz’età che indossa un loden verde

Accidenti!
Oggi ci ho messo tantissimo a tornare a casa, a P. T. c’era una folla disumana… disordine, caos, tutti che si lamentavano e spingevano. Ma, dico io, possibile che le forze dell’ordine non facciano qualcosa? Dovrebbero dislocarli fare maggiori controlli non permettere che affollino così un luogo pubblico! E poi non si era deciso, in maniera ufficiosa di non prendere le impronte? E allora permettano di espatriare in fretta, ma in maniera ordinata, sembrava di essere in tempo di guerra! Si parla tanto dei diritti dei migranti. Ma noi poveri cittadini che andiamo a Milano per lavoro? Chi rispetta i nostri diritti di vivere in pace?

Una scrittura corale contro gli stereotipi

La situazione proposta al gruppo di lavoro è stata immaginata a partire dalle notizie che quotidianamente riportavano i giornali in quel periodo: la fuga e il transito dei siriani che affollavano le stazioni del nord Italia per oltrepassare il confine e dirigersi nel nord Europa.
Prestare la propria voce – e quindi mettere in gioco le proprie emozioni – a una testimonianza altrui, creando un punto di contatto tra il sé reale e il sé immaginato e farlo in un circuito narrativo, ha avuto l’effetto di una finzione disvelatrice. L’immedesimazione di ogni partecipante con un io-narrante assegnato dall’esterno e la condivisione di una medesima scena rispondeva ai seguenti obiettivi: relazionarsi a eventi che sembrano lontani, ma che in realtà possono verificarsi nelle vite di ognuno; poter esprimere sentimenti ambivalenti attraverso personaggi e stereotipi sociali a cui si associa un certo modo di pensare; sperimentare il passaggio da una scrittura intimistica a una presa di parola corale, ovvero attraversare la soglia tra privato e pubblico; confrontarsi con le varie concezioni di cittadinanza attiva e con le possibilità concrete di intervento sulla realtà sociale; far emergere delle concezioni e degli elementi di razzismo derivanti da un’appartenenza socio-culturale.
Una stessa storia raccontata da diversi punti di vista assume una forma stratificata e polimorfa. Le sfumature che emergono e gli interstizi che si creano con questo genere di esperienze di interazione sono un antidoto contro gli effetti delle modalità discorsive piatte e monovocali a cui ci hanno abituati i mass media, e per noi costituiscono uno strumento potente di antirazzismo.
“Per un diario collettivo” è un’attività di scrittura piuttosto semplice, e classica, che abbiamo riadattato in riferimento a eventi contemporanei. A noi di AMM interessa infatti lavorare sulle visioni stereotipate del mondo e degli ‘altri da me’ di cui ognuno di noi spesso diviene portavoce anche involontario. Sia nelle formazioni per adulti, che nei laboratori rivolti a ragazzi delle scuole, impariamo strada facendo l’importanza del creare contesti di ‘svelamento’ di alcune delle ‘meccanizzazioni’ che ci guidano nella nostra quotidianità. Oltre a quelle raccolte nel kit didattico “Va’ pensiero. Percorsi di antirazzismo in classe”, immaginiamo sempre nuove attività da proporre al fine di compiere delle vere e proprie esercitazioni collettive in questa prospettiva. Per conoscerne altre vi invitiamo a seguirci nel prossimo post del nostro blog.

Monica Bandella, Gianluca Gatta e Susanna Guerini del gruppo scuola di AMM  

Immagine di apertura
© Marianna Quartuccio - progetto fotografico "Milano, vista da un tram" (http://www.milanovistadauntram.it/).
Ringraziamo Marianna per averci permesso di utilizzare la sua foto

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