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Le attività cooperative fra pari favoriscono la crescita di ciascun individuo e lo sviluppo della solidarietà, obiettivi importanti in una classe multiculturale, da perseguire fin dalla scuola dell’infanzia.

Matisse L'escargot

Insieme con le parole

Gli studi di glottodidattica hanno ampiamente dimostrato che le conversazioni costituiscono un momento privilegiato per l’acquisizione e lo sviluppo della lingua da parte di apprendenti una L2. Le interazioni fra parlanti nativi e non nativi, in cui c’è una forte motivazione alla comunicazione, spingono i non nativi a ricercare tutte le strategie utili per raggiungere lo scopo e a chiedere aiuto all’interlocutore nativo il quale è così portato a ripetere, semplificare, riformulare, accompagnare le parole con gesti o immagini.

Teorie e pratiche didattiche hanno poi dato rilievo, negli ultimi decenni, ad attività cooperative fra allievi e al valore del gruppo, come terreno favorevole alla crescita di ciascun individuo e al rafforzamento della sua identità, alla conoscenza dell’altro e allo sviluppo della solidarietà e del senso di appartenenza: tutti obiettivi particolarmente importanti, specie nella scuola multiculturale.

La disomogeneità come risorsa

Può darsi che questo discorso sembri estraneo rispetto ai bambini più piccoli e al contesto della scuola dell’infanzia, ma non è così. Proprio negli asili infantili dei secoli passati si sono sperimentate forme di apprendimento cooperativo ante litteram, in cui, magari più per esigenze pratiche che per convinzioni pedagogiche, si mettevano le competenze dei più grandini al servizio dei più piccoli, ricavandone vantaggi educativi per ambo le parti.

Oggi la situazione è radicalmente cambiata, non c’è più quella assoluta necessità di contare sui bambini più grandi per aiutare i piccoli a mangiare o a vestirsi, né nelle scuole né nelle famiglie, e questo è indubbiamente un bene, ma si è tuttavia perso un fronte educativo importante, quello della cooperazione fra bambini, i quali sono invece diventati dipendenti quasi esclusivamente dagli adulti, con un rapporto, anche comunicativo, costantemente asimmetrico e passivo.

In questo ultimo decennio, il volto delle classi sta comunque cambiando e la presenza di bambini di origine straniera sta amplificando la loro disomogeneità, vissuta spesso come un problema. La disomogeneità è tuttavia, nell’interazione e cooperazione fra alunni, una risorsa, sul piano relazionale e cognitivo. Le interazioni fra “pari” di diversa età e diversa competenza, infatti, non solo favoriscono nuovi apprendimenti ma anche nuove modalità di apprendimento, con il passaggio a modelli più evoluti di pensiero. Si hanno quindi migliori risultati in questo senso quando interagiscono e lavorano insieme bambini disomogenei, per età e livello di competenza.

Nel caso specifico dello sviluppo linguistico in L2, la differenza nel livello di competenza fra un bambino italofono di 5 anni e uno non italofono di 3 o 4 anni può essere molto ampia e l’interazione fra i due efficace per entrambi e particolarmente stimolante per il non italofono il quale, in un rapporto a due, può anche abbattere talune resistenze emotive ad esprimersi di fronte a tutta la classe o a interagire verbalmente con gli adulti.

Sì e No

Creiamo dunque dei piccoli gruppi (2 o 3 bambini, misti per età e/o competenza linguistica), affidando loro dei compiti da portare a termine, in cui sia compresa una parte linguistica. Potrebbe essere, ad esempio:

  • la preparazione alla descrizione di tre immagini in sequenza, che i bambini devono poi ripetere all’insegnante e alla classe, alternandosi;
  • la costruzione di un pupazzetto del quale poi si chiede la descrizione con denominazione delle diverse parti del corpo;
  • la preparazione di una descrizione personale reciproca, fatta appunto in modo cooperativo, in cui l’uno aiuta l’altro a cogliere le caratteristiche personali (colori degli occhi, dei capelli ecc.) e a usare le espressioni giuste.

Diamo all’inizio dei modelli, lavorando con tutta la classe, sottolineando il rispetto dei turni di parola, dando a tutti lo spazio per esprimersi, gettando reti di salvataggio a chi mostra delle difficoltà, ma poi evitiamo, al possibile, di intervenire direttamente nei gruppi.

Meglio osservare tenendosi fuori, annotare, e trovare poi, in momenti successivi, il modo per correggere o migliorare. Sarà anche interessante osservare le formule interattive usate dai bambini e come i più competenti sostengono le difficoltà comunicative dei compagni.
 

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Commenti

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    ppen

    9:3, 5 Luglio 2019
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