Un argomento tabù

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Come parlare della morte ai bambini, senza infingimenti, ma anche senza coloriture gotiche o macabre? Il punto di partenza può essere l’osservazione della natura che ci circonda.

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Una delle ricorrenze più importanti di novembre è la commemorazione dei defunti, che rimanda necessariamente al tema della morte. Un tema molto difficile da affrontare, talmente difficile che nel corso degli ultimi decenni è stato completamente espunto dalla vita e dalla riflessione delle persone. Oggi si tende più a trattare la morte in luoghi specializzati (ospedali, obitori), comunque lontani dagli occhi dei viventi.

Una volta le persone morivano a casa e anche i bambini ne venivano in qualche modo coinvolti. In ogni caso, non era infrequente per un bambino vedere il corpo inanimato dei nonni o di altri parenti. Non che oggi manchi l’esperienza della morte nel bambino, anzi rispetto al passato assiste a episodi luttuosi in misura strettamente proporzionale alla visione dei vari programmi televisivi. Se si dovessero contare le scene in cui – in un modo o nell’altro – viene evocata (o mostrata) la morte nei film, nei cartoni animati ecc. probabilmente si rimarrebbe stupiti nel constatare la quantità di episodi interessati.

Eppure della morte non si parla nella vita quotidiana dei bambini. Si tende – per una supposta forma di “rispetto” verso di loro o perché si pensa che non siano in grado di “capire” – a omettere questo argomento. D’altro canto, vi immaginate il vespaio di reazioni che potrebbe suscitare tra i genitori degli alunni il parlare di questa cosa a scuola?

Parlare con i bambini

Ma la domanda di fondo è un’altra e ha una dimensione pedagogica e, forse anche, filosofica: è giusto coinvolgere i bambini in un tema che crea tanto disagio? Non è meglio lasciarli crescere felici e rinviare a momenti più “maturi” la riflessione su questa dimensione? Naturalmente ci sono valide ragioni per rispondere sì o no. In una prospettiva edonistica (e forse anche edulcorata) della vita si tenderà a omettere questi aspetti “incresciosi” o comunque a rimandarli in un tempo indefinito (che spesso coincide con la fine della vita stessa, ma a quel punto i giochi sono già fatti e non v’è più tempo per congedarsi con dignità dalla vita).

Il ragionamento sotteso è il seguente: i bambini hanno diritto di vivere in modo felice e spensierato; è dannoso – sul piano psicologico – metterli a contatto con una realtà così dolorosa e difficile da decodificare. Questo ragionamento, apparentemente inappuntabile, si basa in realtà su una sorta di falso buon senso, in quanto dimentica che la morte fa parte del ciclo vitale di tutti gli esseri viventi.

Alla base della morte v’è una legge biologica incontrovertibile: si nasce, si vive, ci si riproduce, si muore. Questo schema potrà suonare meccanicistico (e forse anche poco romantico), ma è incontestabile. Anzi, noi siamo convinti che una vita pienamente vissuta sia possibile solo tenendo conto di questo canone, all’interno del quale la morte costituisce un momento tragico, ma necessario.

Il problema è come parlare di queste cose con i bambini, senza infingimenti, ma anche senza coloriture gotiche o macabre. Il punto di partenza può essere, come al solito, l’osservazione della natura che ci circonda, anche se – è inutile nasconderselo – quando si parla della morte degli esseri umani inevitabilmente il dato biologico si confonde con quello affettivo; è impossibile, e nello stesso non auspicabile, assumere un asettico atteggiamento da entomologo. Un problema molto complesso, dunque, che non si può esaurire nello spazio di una rubrica. Ma iniziare a discuterne è già un modo per affrontarlo.

Marco Maviglia: 18 Novembre 2011 Cultura e pedagogia

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