Bullismo e cyberbullismo: nuove dal MIUR

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Che cosa dicono le Nuove Linee di orientamento per azioni di prevenzione e di contrasto al bullismo e cyberbullismo pubblicate sul sito del MIUR? In concreto, quale apporto può dare la scuola? Di Cristina Lerede.

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Bully Mover

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Lunedì 13 aprile 2015 si è tenuto in Senato un incontro dal titolo Non più bulli e cyberbulli. Per una scuola attiva e accogliente. Nel corso dell’evento, organizzato dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, in collaborazione con il MIUR, il Ministro dell’Istruzione ha presentato le Nuove Linee di orientamento per azioni di prevenzione e di contrasto al bullismo e cyberbullismo, pubblicate poi sul sito del Miur.

Nella stessa sede è stata lanciata la seconda fase del Safer Internet Center per l’Italia coordinato dal MIUR nell'ambito del programma della Commissione Europea Better and Safer Internet for Kids. Il centro è stato realizzato in collaborazione con Polizia di Stato, Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza, Università degli Studi di Firenze, Università degli Studi di Roma La Sapienza, Save the Children, Telefono Azzurro, Edi onlus, Movimento Difesa del Cittadino, Skuola.net, con il supporto di un Advisory Board allargato alla partecipazione delle Autorità Garanti per la Protezione dei Dati Personali e per la Comunicazione, dei Social Network e delle principali aziende di ICT e Telefonia Mobile.

Dati e definizioni

Il fenomeno del bullissmo, sempre più spesso al centro di fatti di cronaca, coinvolge bambini e ragazzi “bullizzati” dalla scuola primaria alle superiori, pur se con forme diverse (secondo gli studi degli ultimi 15 anni, e i dati Eurispes-Telefono Azzurro, la fascia media di punta è tra i 7 e i 9 anni nel corso della scuola primaria, e poi tra i 12 e i 15 anni tra medie e superiori).

Nonostante il bullismo sia ormai un termine noto, che evoca episodi di aggressività e prevaricazione nell'ambiente scolastico, non è così facile e immediato riconoscerlo. “Le sue manifestazioni sono molteplici e cambiano anche in base alla fascia di età di chi compie l'atto e chi lo subisce” dicono gli esperti. Naturalmente la vittima è chi risulta più o meno attaccabile, ossia più fragile; spesso è il bambino 'troppo piccolo', 'grasso', 'magro', o chi soffre di qualche tipo di handicap. Occorre identificare nel modo corretto l’episodio per non confonderlo con un “normale conflitto tra bambini”, che ognuno di noi ha sperimentato nella propria infanzia/adolescenza, e che fa parte della normale dinamica dei rapporti tra pari. Nel caso del bullismo, i comportamenti devianti si possono sussumere in tre macrocategorie: fisica (botte, spinte, tormenti), psicologica (esclusione, maldicenza, pettegolezzi di varia natura) e verbale (offese, provocazioni, prese in giro).

A ciò si aggiunga una nuova forma di bullismo, il cyberbullismo, che coinvolge un numero crescente di minori “nativi digitali” in Italia e nel mondo. Con questo termine si descrive un'ampia categoria di comportamenti aggressivi, accomunati da un uso improprio delle tecnologie della comunicazione e dell'informazione.

L'impegno degli insegnanti

È possibile che i docenti ignorino o non abbiano una chiara percezione della frequenza di queste situazioni all'interno delle proprie classi; i bulli, infatti, agiscono, spesso indisturbati, durante la ricreazione, negli spazi esterni, o nei tragitti da e verso la scuola. E nel caso di cyberbullismo è necessario che l’insegnante adotti un approccio multidisciplinare che possa fondere conoscenze di ambiti diversi, dalla psicologia alla comunicazione.

Ma in concreto quale apporto può dare la scuola? Il POF dovrebbe contenere un’attività progettuale improntata, almeno in parte, da un lato ad educare fin dai primi anni al rispetto e all’inclusione ed all’accettazione delle differenze come valore aggiunto e dall’altra a sostenere i bambini “nativi digilati” all’uso corretto e sicuro delle tecnologie discutendo con loro su quali conseguenze può avere un comportamento in rete e quale significato può assumere.

Tra l’altro il ddl La Buona Scuola, all’articolo 2, comma 3, prevede che l’organico dell’autonomia sia utilizzato anche per lo “sviluppo delle competenze digitali degli studenti, con particolare riguardo al pensiero computazionale, all’utilizzo critico e consapevole dei social network e dei media”, mentre il Piano nazionale scuola digitale prevede la formazione degli insegnanti anche su questi temi. E in effetti un efficace contrasto di questi comportamenti richiede una puntuale preparazione da parte dei docenti.

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