Ritratto di Maria Signorelli, la burattinaia che svegliava l’anima delle pietre

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Ritratto di Maria Signorelli, la burattinaia che svegliava l’anima delle pietre

Dopo Sergej Obraztsov, vi propongo di conoscere un’altra grande figura del teatro di burattini: Maria Signorelli.

Maria Signorelli

Burattinaia, pedagogista ed artista di fama internazionale, Maria Signorelli è stata, per oltre cinquanta anni, una delle figure di maggior rilievo del Teatro di Figura del Novecento. Ungaretti, centrando in pieno il senso profondo del suo lavoro, disse di lei “Ella sveglia anche l’anima delle pietre”.

Una passione infinita verso “il teatro delle figure viventi” e l’accostamento con Sergej Obraztsov, del cui libro Il mestiere di burattinaio ha curato la traduzione e scritto l’introduzione è quasi obbligato (la prima foto in bianco e nero qui sotto li ritrae insieme). I legami che la accomunano al grande burattinaio russo, infatti, travalicano la semplice collaborazione editoriale: le stesse radici, una spettacolare produzione di burattini e pupazzi ed il grande merito di aver fondato un Teatro dedicato ai burattini, indicando alle generazioni future la strada da seguire (tra ”i grandi burattinai” occorrerebbe menzionare anche Otello Sarzi, ma di lui parleremo in uno dei prossimi articoli).

Non mi resi conto che erano marionette…

La madre di Maria Signorelli, Olga Resnevič, medico, appassionata di teatro, traduttrice di Ivanov e Dostoevskij e biografa di Eleonora Duse, era nata in Lettonia, allora parte dell’Impero russo. “Paese di praterie che sono tutt’uno col cielo, di betulle, cavalli, bianchi orti di meli in fiore e grandi fiumi dal corso lento”, come scrisse la stessa Maria nella presentazione al libro di Giovanni Comisso Lettere ad Olga Signorelli. Il padre, Angelo Signorelli, era anch’egli un medico e per anni diresse insieme alla moglie il Dispensario antitubercolare Regina Elena, il primo dispensario per bambini poveri.

Casa Signorelli (il Palazzetto Bonaparte di via Venti Settembre a Roma) era un fervido salotto culturale, frequentato, a cavallo tra le due guerre, da pittori, musicisti, registi, scrittori del calibro di Rodin, Stanislavskij, De Chirico, De Pisis, Comisso, Duse, Craig, Casella, Marinetti, Pirandello, ed è facile pensare al fascino che tali importanti e carismatiche presenze suscitarono nella giovane Maria. Ma, come lei stessa racconta, fu la visione degli spettacoli teatrali a segnare profondamente il suo animo d’artista, furono l’emozione di veder recitare la Duse, la strana e altrettanto prepotente sensazione che le marionette, i lignei oggetti animati da fili della storica Compagnia dei Podrecca sembrassero “umani”, simili in tutto a attore in carne ed ossa (“non mi resi conto che erano marionette, ma le considerai degli esseri umani”), la visione del Parsifal ("per me fu la foresta, proprio la foresta che si muoveva, l’emozione”) ad indirizzarla verso ciò che negli anni sarebbe diventata una delle più imponenti produzioni di pupazzi e burattini della storia del Teatro degli oggetti e delle immagini.

Dalle sculture di stoffa all’Opera dei Burattini

All’inizio della carriera si dedicò alla costruzione di vere e proprie sculture di stoffa ispirate al teatro e alla letteratura. Dalle Siracusane di Teocrito al Mefistofele per il Faust di Goethe, questi fantocci o “figurini plastici” erano realizzati in tessuto, nastri, fili, trine, frammenti di specchi, bottoni, stecchini, arte povera nobilitata che incarnava suggestioni futuriste e poetiche d’avanguardia. Anton Giulio Bragaglia, fondatore del Teatro degli Indipendenti, li espose per la prima volta nel 1929 nella sua galleria d’arte di Roma, De Chirico li presentò a Parigi l’anno successivo e poi a Berlino. In quella sede Maria ebbe l’occasione di conoscere Max Reinhardt e diventare sua allieva.

Dai fantocci inanimati pensati per l’esposizione alla realizzazione di “fantocci in movimento” pensati per la rappresentazione il passo fu breve. Dopo aver lavorato come costumista e scenografa in vari teatri italiani e collaborato con Bragaglia, nel 1937 iniziò a creare i suoi primi spettacoli.

Nel 1947 fondò la compagnia “L’Opera dei Burattini” e si avvalse della collaborazione artisti di risalto quali Lina Wertmüller, Gabriele Ferzetti, Enrico Prampolini, Ruggero Savinio, Toti Scialoja e Roman Vlad, dando vita ad un repertorio di sperimentazione rivolto agli adulti e di forte contenuto didattico dedicato all’infanzia. Nel 1973 le figlie Giuseppine e Letizia fondarono la compagnia “La scatola” che in seguito prese il nome di “Nuova Opera dei Burattini” affidandole naturalmente la direzione artistica.

A casa della “signora Maria”

Chi scrive ha avuto l’opportunità di lavorare nella Compagnia per numerosi anni e di frequentare l’abitazione della “signora Maria” (come confidenzialmente veniva chiamata) in via Corsini, alla Lungara.

Descrivere la pienezza di quella casa è quasi impossibile. Oggetti d’arte, mobili antichi, quadri d’autore e pupi siciliani appesi alle parerti, teste di legno, miniature di carta, bacheche con dentro teatrini di piccole marionette veneziane, cataste di libri ammonticchiati nei sottoscala o sistemati nelle librerie, strani personaggi dalle fisionomie grottesche comodamente seduti su divani, sui bauli, che occhieggiavano da dietro una colonna o brulicavano in un armadio (era, quello nell’armadio, un girone infernale: cinquecento burattini stipati nei cassetti, accalcati sui ripiani, appesi ai chiodi, protagonisti di uno degli spettacoli più significativi nel repertorio della compagnia, l’Inferno di Dante). Placidamente adagiato sul pianoforte, un marinaio solitario dai lineamenti ubriachi e futuristi.

Nel corso degli allestimenti, la signora Maria mostrava i suoi burattini, dispensando indicazioni e suggerimenti e noi attori-animatori imparavamo il mestiere, con le mani rese insicure dall’emozione per la sensazione di essere entrati in contatto con un’opera d’arte, un pezzo unico che richiedeva improrogabilmente la manipolazione ma che, nello stesso tempo, suscitava un timore reverenziale.

Una sprezzatura d’eleganza

Uno dei segreti delle sue creazioni era la particolare scelta dei tessuti, che assemblava, grazie ad una straordinaria competenza, con lo stesso gusto estetico e artistico di un pittore materico. E non erano solo le stoffe a comporre i vestiti di Cenerentola, dei danzatori di tarantella, dei personaggi di Pierino e il lupo di Procofiev. Altri materiali di consumo, riciclati, componevano le figure dei suoi spettacoli: spugne, lana, scaglie di materie plastiche che riflettevano la luce, spago, piume, passamanerie, stecche di ombrello, bottoni, uova di legno per il cucito e le immancabili pagliette d’alluminio per lavare i piatti.

Senza dimenticare la sapienza con cui modellava la cartapesta. Materiali poveri, che costituivano la cifra artistica delle sue produzioni di forte segno espressionistico e spesso drammatico. Scrive Giancarlo Sammartano, docente al DAMS di Roma: “Maria Signorelli, bios e mechané del Teatro. Una sprezzatura d’eleganza al crocevia di molte arti e molte visioni: una formidabile sintesi del pensiero teatrale del Novecento”. 

L’intensa produzione spettacolare, migliaia di burattini creati, il notevole impegno didattico, editoriale e pedagogico (grazie anche al dialogo con suo marito, il professor Luigi Volpicelli, una delle personalità di più rappresentative della pedagogia italiana), la preziosa collezione, le cui venticinque sezioni includono migliaia di “pezzi”, marionette e burattini italiani del Settecento, Ottocento, Novecento, pupi siciliani, maschere di tutto il mondo, numerosi esemplari del “teatro delle ombre” di vari Paesi asiatici, copioni, spartiti e documenti vari sul Teatro di Figura italiano e straniero. Tutto ciò fa di lei una figura indimenticabile, una maestra d’arte e di vita, una burattinaia creatrice di oggetti “vivificati” destinati, come il suo nome, a restare nel tempo.

Per saperne di più

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