La "Normale diversità" in classe. Quali interventi?

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La "Normale diversità" in classe. Quali interventi?

Gli studenti si lamentano perché un compagno riceve compiti diversi dagli altri, ma non sanno che ha una diagnosi di DSA. Come gestire la situazione? Di Alda Scopesi
classe ragazzi scuola

Sono un’insegnante di italiano in una scuola secondaria di primo grado. Tra i miei allievi ve ne sono alcuni con diagnosi di DSA che hanno comunicato a insegnanti e compagni le loro difficoltà. Solo uno di loro non vuole farlo sapere ai compagni.

Noi insegnanti, senza l’autorizzazione della famiglia, ovviamente non possiamo parlarne in classe, tuttavia gli altri ragazzi hanno notato i compiti diversi e la valutazione differenziata che attuiamo con lui e si lamentano in modo aperto, sostenendo che lo agevoliamo.

Vorrei sapere come io e i miei colleghi potremmo affrontare questa situazione per risolvere il clima creatosi.

Rebecca, Milano

 

Il caso che lei riporta è un buon esempio di quanto spesso il lavoro dell’insegnante implichi scelte difficili, in cui si contrappongono istanze differenti, tutte legittime, ma in qualche modo incompatibili: in questa situazione si confrontano, infatti, due richieste diverse, condivisibili ma apparentemente non componibili. Da un lato, il diritto della famiglia alla riservatezza, dall’altro la rivendicazione da parte dei ragazzi di una giustizia “uguale per tutti”, in cui non ci siano favoritismi.

Come intervenire dunque? Per affrontare questo problema e altri simili è necessario intervenire a diversi livelli e operare su più fronti. In primo luogo, è indispensabile non rinunciare a cercare il dialogo con la famiglia del ragazzo, sollecitando una riflessione approfondita sulle implicazioni di ogni scelta. In questo caso, il silenzio sulle difficoltà scolastiche del figlio può produrre effetti negativi sulla sua relazione con i compagni, effetti non meno deleteri di quelli connessi al rendere “pubbliche” le difficoltà di apprendimento. Infatti, ritenere una persona ingiustamente privilegiata provoca reazioni di intolleranza e anche di aggressività, e spesso un conseguente desiderio di bilanciare l’ingiustizia con altri mezzi.

Con i genitori

A questi genitori si può spiegare che questa reazione è tanto più rilevante nella preadolescenza, periodo in cui si sviluppano nuove sensibilità nel giudizio morale: intorno agli 11 – 12 anni la morale basata su una giustizia distributiva, in cui domina l’idea di uguaglianza tra le persone e di reciprocità, evolve verso una nuova considerazione del concetto di equità, in cui generosità ed empatia si alleano con la giustizia, con la comparsa della capacità di tenere conto delle diverse esigenze che le situazioni richiedono. Questo giudizio morale più raffinato è speculare alle nuove capacità del preadolescente di misurarsi con problemi complessi, di considerare la pluralità di fattori che incidono sulla realtà in cui vive e di essere sempre più capace di “leggere” la mente degli altri riconoscendone pensieri, emozioni, desideri, punti di vista.

Riflettere su questi temi con i genitori in difficoltà è possibile e opportuno, ma questa azione sarà più efficace se fondata su un sistematico coinvolgimento della famiglia nel lavoro scolastico.

Lavorare con la classe

Un secondo fronte su cui lavorare è la classe, che può essere coinvolta in un lavoro sull’inclusione che riguardi non il singolo soggetto ma l’intero gruppo di allievi.

Obiettivo da perseguire è la promozione della capacità di “vedere” la pluralità delle caratteristiche delle persone, di confrontarsi con le diverse sfaccettature delle realtà individuali e dei contesti di vita. A questo fine, sono auspicabili interventi diversificati e complementari, che mettano in gioco le nuove capacità dei ragazzi di capire concetti più sfumati e complessi e che promuovano concrete esperienze di cooperazione, in cui le diversità tra individui siano lette non come ostacolo ma come risorsa. Sul piano delle conoscenze, potrebbe essere utile lavorare sulla “normalità” delle diversità tra individui.

Su questi argomenti è utile il coinvolgimento dello psicologo scolastico, che potrebbe organizzare incontri tematici, anche rivolti a più classi. Inoltre, l’insegnante potrebbe organizzare gruppi di lavoro su diversi progetti, aggregando ragazzi che esprimono abilità diverse.

Concludendo, per affrontare realtà complesse come quella segnalata dalla lettrice dobbiamo agire su più fronti: la risposta non è infatti nel cambiamento individuale, ma nella progressiva modificazione della rete e del contesto educativo.
 

Alda Scopesi: 16 Ottobre 2018

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