I compagni come risorsa... al tempo dei BES

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I compagni come risorsa... al tempo dei BES

Pubblichiamo la versione completa dell'articolo della sezione "Esperienze" uscito nel n. 32 di Psicologia e Scuola (marzo-aprile 2014). 

L'accesso alle risorse di questa sezione è riservato ai seguenti profili

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Fonte: www.lascuolapossibile.it

Rispondere in modo efficace ai bisogni educativi di alunni, con o senza disabilità, con o senza certificazione clinico-medica, che “arrancano” nell’apprendimento può essere considerata la nuova sfida per la scuola italiana.

Se è vero che buone pratiche e perfino sistemi organizzativi complessi (si veda a questo proposito l’esperienza scolastica della Provincia di Trento) si sperimentano e si realizzano nel quotidiano da anni, i documenti emanati dal Ministero dell’Istruzione a partire dalla fine del 2012 sui Bisogni Educativi Speciali (BES) di fatto costringono tutta la scuola italiana a confrontarsi su come individuare e, di conseguenza, su come trovare e fornire risposte congrue a questi bisogni (Ciambrone, 2013).

Davanti ad una spinta fortemente innovativa e decisamente impegnativa, la reazione degli operatori scolastici è quella di porsi e di porre una domanda conseguente: con quali risorse si potrà rispondere a questa (nuova?) richiesta?

Questo lavoro non è intenzionato a rispondere compiutamente a questa domanda. Tuttavia, se per risorsa si fa riferimento a insegnanti che prendano materialmente in carico i BES, in questo caso si ripropone con una certa urgenza l’esigenza di ridisegnare il ruolo dell’insegnante di sostegno, che senza alcun dubbio deve sempre più e sempre meglio connotarsi come insegnante specializzato (lo special teacher nell’esperienza anglossassone) in quella che, per comodità, chiamiamo didattica speciale.

In questo quadro diventa davvero basilare nella programmazione di un intervento capace di rispondere proficuamente ai BES effettuare una ricognizione attenta delle risorse presenti all’interno delle aule, ricognizione che non prenda in considerazione esclusivamente la risorsa dei docenti, malgrado la sua innegabile centralità. Una ricognizione di questo genere deve analizzare e leggere le realtà del quotidiano fare scuola con una visione ampia e flessibile, che permetta di sfruttare al meglio tutte le risorse davvero disponibili, talvolta sconosciute o prese in scarsa considerazione.
Scopo di questo lavoro è sottolineare l’importanza di un utilizzo funzionale oltreché ben organizzato della “risorsa compagni” (Cottini, 2002), nell’ottica di prendere attentamente in considerazione tutte le risorse presenti e, quindi, spendibili nelle scuole oggi e da subito.

Le considerazioni di seguito argomentate provengono da una buona pratica organizzativa che si è realizzata negli ultimi dieci anni presso il Secondo Circolo Didattico di Quartu Sant’Elena, soprattutto sul versante delle risposte educative congrue ai bisogni di alunni con Disturbi dello Spettro Autistico (Farci, 2008). Come vedremo, l’intervento educativo e didattico a favore di questa categoria di alunni con BES risulta paradigmatico rispetto ad un utilizzo di questa risorsa.

LA RISORSA COMPAGNI E, TALVOLTA, VITE SCOLASTICHE PARALLELE

Per “risorsa compagni” si possono intendere i compagni con livelli cognitivi e comportamentali tipici, che non incorrono in specifiche difficoltà ad apprendere e che, soprattutto, rispondono meglio ad una proposta didattica rivolta all’intero gruppo-classe, come ad esempio la lezione frontale e le forme tradizionali, talvolta desuete, di verificare lo stato degli apprendimenti.

Malgrado il più che trentennale impegno volto all’integrazione degli alunni con disabiltà e quello più recente rivolto ad alunni con Disturbi Specifici evolutivi dell’Apprendimento, è innegabile che ancora troppo di frequente capita che nelle nostre classi alunni con sviluppo tipico ed alunni con disabilità, specie se la disabilità determina un basso funzionamento, si ritrovino nelle condizioni di esperire vite scolastiche parallele che, come le rette, “non si incontrano mai”. In verità, i punti di incontro ci sono e l’impegno profuso dai docenti è ammirevole. Sembra che manchino talvolta forme di interazione che assumano un significato reale e concreto, cioè che promuovano una partecipazione alle attività svolte a scuola rivolte a tutti.

Se prendiamo quella autistica come paradigma di una condizione che esprime dei bisogni educativi speciali, questo stato ci ricorda che tenere fisicamente con gli altri compagni soggetti che mostrano difficoltà e veri e propri deficit nelle abilità sociali, non significa automaticamente creare, favorire e realizzare interazione sociale e relazioni significative (Micheli, 2004). In tali casi il termine più corretto da utilizzare sarebbe quello di inserimento in un contesto, per molti aspetti, difficilmente decodificabile. Determinare condizioni di integrazione e, ancora di più, di inclusione richiede azioni più sofisticate rispetto al semplice inserimento (Girard et al., 2011).

D’altra parte, la presenza di compagni coetanei è l’unico requisito che consente di creare un contesto naturale all’interno del quale sollecitare e far acquisire abilità sociali e anche cognitive. Non esiste altra condizione, se non quella scolastica, dove una sollecitazione naturale permette lo sviluppo di queste abilità secondo canoni non troppo artefatti (Rochat, 1999).

È la sfida dell’esperienza italiana: niente (o poco e ben programmato) intervento strutturato in rapporto facilitante e tutto (o quasi) con gli altri. Certo dare struttura all’apprendimento, così come nella lezione di Lovaas (1987; Maurice et al. 2001), facilita l’apprendimento stesso. Ma, sebbene anche in ambito scolastico vanno tenuti in grande considerazione i principi dell’insegnamento strutturato (Farci, 2013), l’esperienza a scuola deve offrire a tutti, compresi gli alunni a più basso funzionamento globale, opportunità di apprendimento socialmente costruito.

Perciò l’esperienza di apprendimento con gli altri è un “di più” che non soltanto va mantenuto, ma che deve essere adeguatamente valorizzato. Valorizzare non significa semplicisticamente pensare che sia sufficiente inserire e in qualche modo “tollerare” la presenza diversa. Valorizzare significa appunto sfruttare la diversità come fonte di guadagno, per tutti.

In questo senso è bene chiarire che per risorsa compagni non si vuole intendere un utilizzo estemporaneo e improvvisato, determinato dalle situazioni contingenti della giornata scolastica, ma un utilizzo pensato, programmato, funzionale ai bisogni reciproci.

Se sei abbonato puoi scaricare l'articolo completo nella sezione "Approfondimenti" che trovi in cima a questa pagina"

Giuseppe Farci (operatore psicopedagogico Secondo Circolo Didattico di Quartu Sant’Elena): 20 Febbraio 2014 Comunicazione, Integrazione, Relazioni

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