La storia dell’insegnante Manuela e di Marta, che andava in classe con gli occhiali da sole

Entra in Giunti Scuola

Hai dimenticato i dati di accesso?

Non sei ancora registrato?

Entra anche tu a far parte della più grande community di insegnanti italiani sul web!

Perché dovrei registrarmi?

Array
(
    [cmg_userData] => Array
        (
            [localhost%%gs_prod] => Array
                (
                    [profile] => ANONYMOUS
                    [groups] => Array
                        (
                            [-2] => SanchoEverybody
                        )

                )

        )

    [cmg_channels] => Array
        (
            [DR1XAHMZ] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => cmg_processURL
                )

            [AC75PCTW] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

            [YDNQ56F8] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

        )

    [cmg_lang] => 
)
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:20:boolean true

La storia dell’insegnante Manuela e di Marta, che andava in classe con gli occhiali da sole

Marta, grazie alla sua insegnante Manuela, ha fatto un primo passo verso la possibilità di parlare della sua sofferenza e condividerla. Una storia che merita di essere raccontata perché è un chiaro esempio di come gli insegnanti, attraverso piccoli-grandi gesti, possono “far vedere la luce” e cambiare la vita alle persone.
images

Immagine tratta dal sito www.ecologiae.com

Manuela, un’insegnante di Italiano della scuola secondaria, qualche mese fa mi aveva chiesto un parere sul suo modo di relazionarsi in classe con Marta, una ragazza di quindici anni con già una diagnosi di disturbo dell’umore che però - al momento della nostra conversazione - non voleva essere seguita da un/una psicologo/a perché si rifiutava di parlare di sé.

Mi ha raccontato che Marta veniva in classe con gli occhiali da sole e non parlava mai con nessuno. Passava la maggior parte del tempo seduta silenziosamente, eseguendo lentamente qualsiasi movimento.

Della sua storia Manuela non sapeva praticamente niente, anche perché era solo tre mesi che insegnava in quella classe. Aveva chiesto qualcosa alle sue colleghe: le avevano detto che apparentemente non sembravano esserci problemi familiari dietro e che ormai avevano imparato a lasciarla stare. Infatti, l’anno passato, quando Marta veniva interpellata per le interrogazioni, scoppiava in forti crisi di pianto. Era riuscita a superare l’anno perché almeno eseguiva i compiti scritti.

Manuela mi disse che provava una grande tenerezza per Marta. Che era sicura che stesse soffrendo moltissimo. Che “lasciarla stare” non le riusciva.

Allora, per tentare di coinvolgerla, ha provato a fare costanti domande aperte a tutta la classe. Per esempio, dopo aver letto delle parti del Canto dell’Inferno in cui si parlava di Caronte, ha chiesto a tutti gli studenti: «Provate a immaginarvi di essere Dante in quel momento. Che sensazioni avreste al suo posto? Pensateci un attimo e poi a turno mi rispondete. Ovviamente, rispetto a ciò che uno sente non possono esistere risposte giuste o sbagliate». In questo caso, quando fu il turno di Marta, la sua flebile risposta fu «rabbia».

Manuela continuava a fare questo tipo di domande per ogni poesia o opera di narrativa. Marta, quando arrivava il suo turno, continuava a rispondere. In tre mesi Manuela aveva notato che, durante la lezione, Marta stava un po’ più dritta con la schiena e che, poco prima della nostra conversazione, si era tolta gli occhiali da sole. Era stato proprio quest’ultimo fatto a turbarla: vedere gli occhi sofferenti di Marta che la guardavano l’aveva messa in difficoltà. Si era chiesta se avesse fatto bene o meno a tentare di coinvolgerla, se eventualmente sarebbe stata in grado di ascoltarla… Insomma, in quel momento si era sentita inadeguata e senza gli strumenti necessari per comprenderla.

Quello che mi era venuto immediatamente da dire a Manuela è che questa piccola storia mi sembrava bellissima: a mio avviso, se Marta si era tolta gli occhiali da sole non era stato solo per guardare Manuela, ma anche e soprattutto perché si era sentita vista da Manuela.

Forse il potersi esprimere, l’essere considerata parte integrante della classe senza per questo sentirsi forzata dall’obbligo di una performance, stava permettendo a Marta di sentirsi un po’ più accolta e compresa nelle sue sensazioni. Era logico che Manuela potesse sentirsi inadeguata di fronte a una sofferenza tanto grande. Ma con il suo modo di insegnare e la relazione - stabilita con quello sguardo - che stava instaurando con Marta, avevo l’impressione che sarebbe potuta diventare un ponte.

Marta magari avrebbe ricominciato a fidarsi di qualcuno e, dunque, a essere progressivamente più disponibile a condividere il suo dolore, smettendo di rifiutarsi di parlare di sé. Per questo avevo detto a Manuela di non mollare.

Ieri ho ricevuto una telefonata da Manuela: mi ha detto che Marta si è confidata con lei e ha scelto di iniziare un percorso psicoterapeutico. Sono stata davvero felice per questa notizia.

La storia di Marta e Manuela è un chiaro esempio di come gli insegnanti, attraverso piccoli-grandi gesti, possono “far vedere la luce” e cambiare la vita alle persone.

Claudia Casini (claudia.casini.psy@gmail.com)
 

Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Entra in Giunti Scuola