La dislessia tra scienza e pregiudizio. Nuovi bisogni dopo la legge 170

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La dislessia tra scienza e pregiudizio. Nuovi bisogni dopo la legge 170

L’autore presenta numerose ricerche allo scopo di provare come le differenze individuali nei tempi di acquisizione della lettura possano essere considerate indicatori della presenza di un disturbo di apprendimento della lettura.

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Immagine tratta dal sito Oliena.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) in questi anni hanno ricevuto in Italia un’attenzione crescente. Da quando nel 1997 è sorta l’Associazione Italiana Dislessia (AID) è stata avviata una campagna di divulgazione scientifico-culturale che ha prodotto risultati importanti concretizzatisi addirittura in una legge approvata dal Parlamento nel 2010, la legge 170. Questa legge sancisce l’esistenza e il riconoscimento della dislessia, della disortografia, della disgrafia e della discalculia come condizioni permanenti di disabilità funzionale, che necessitano quindi di tutela in ambito scolastico, sociale e lavorativo.

Parallelamente alla divulgazione pubblica del fenomeno, in questi anni sono state promosse importanti azioni in ambito scientifico per raggiungere un consenso intorno alle definizioni dei DSA, alle procedure diagnostiche per identificarli, e agli indirizzi riabilitativi e rieducativi per il loro recupero.

Queste azioni, promosse ancora dalla componente professionale dell’AID nell’ormai lontano 2005, hanno trovato subito l’appoggio collaborativo delle società scientifiche che operano nel campo e hanno dato vita a un lungo processo di studio documentale e di confronto clinico-scientifico, culminato nella conferenza di consenso del gennaio 2007 (AID, 2009), nel PARRC (Panel di Revisione della Consensus Conference) che ha terminato i suoi lavori nel 2010, e infine nella conferenza di consenso dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), le cui conclusioni sono state pubblicate nel 2011 (ISS, 2011).

Tali importanti azioni sul piano legislativo e in ambito sanitario hanno colmato in un tempo relativamente breve il ritardo che l’Italia scontava rispetto agli altri paesi avanzati nel riconoscimento di questi disturbi che condizionano in misura significativa il percorso scolastico e quindi possono influenzare in modo rilevante il successo formativo delle persone. Oggi, per insegnanti, clinici e riabilitatori esistono una base teorica e un quadro normativo che fanno da riferimento a coloro che vogliono documentarsi per svolgere la propria attività.

Tuttavia non possiamo nasconderci che i risultati ottenuti rappresentano solo il punto di partenza per affrontare i molti problemi rimasti ancora aperti sia in ambito clinico che in ambito scientifico, con le conseguenze che sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Per esempio, la scuola ha vissuto la legge come un atto per certi aspetti vessatorio nei confronti degli insegnanti che vedono limitata la loro possibilità di valutare i ragazzi con difficoltà scolastiche secondo gli schemi fin qui utilizzati e da essi ritenuti efficaci. D’altro canto, anche i clinici hanno reagito con un certo fastidio alle raccomandazioni delle autorità sanitarie (ISS) che li obbligano a un percorso diagnostico molto più prescrittivo che nel passato. Infine, in campo riabilitativo molte questioni sono ancora aperte sull’utilità degli interventi specialistici, sulla loro precocità e durata, sulla loro integrazione con le pratiche didattiche o educative, e sull’utilità dell’impiego di strumenti di compenso.

In questo articolo viene trattato uno degli aspetti che stanno alla base dei molti fraintendimenti sulla dislessia che rendono difficili i rapporti tra il mondo clinico e il mondo scolastico. L’opinione pubblica e, con essa buona parte degli insegnanti, considera con scetticismo l’affermazione che le difficoltà di lettura definite come dislessia evolutiva siano effettivamente di natura neurobiologica. La maggior parte degli insegnanti continua a ritenere più plausibile l’ipotesi che si tratti di uno degli effetti di un progressivo abbassamento del livello di “alfabetizzazione” dei ragazzi di oggi, avvolti in un mondo multimediale che riduce le necessità di lettura e di acquisizione delle conoscenze attraverso i libri. Molti parlano di “analfabetismo di ritorno”, riferendosi di volta in volta ad aspetti diversi dell’apprendimento scolastico, come la ridotta capacità di esprimersi in modo corretto, la ridotta comprensione del testo, la scadente competenza grammaticale, per finire, in ambito aritmetico, alla ridotta padronanza del calcolo mentale e delle tabelline.

Tutto questo, senza alcun confronto di tipo scientifico, senza alcun dato certo, ma basandosi unicamente sul giudizio degli insegnanti, elemento rivelatosi spesso congruente con i dati della ricerca, ma tuttavia fino a questo momento privo del sostegno di dati oggettivi.

Peraltro i clinici, pur rigettando i dubbi che vengono sollevati dalla scuola sulla reale esistenza della dislessia, non hanno finora opposto argomenti convincenti, anzi, sembra che non abbiano nemmeno accettato il dibattito, trincerandosi dietro la scientificità delle premesse del lavoro clinico, ma di fatto arroccandosi in una posizione di incomunicabilità (il linguaggio specialistico delle diagnosi) che finisce per essere arrogante e poco costruttiva.

I dati delle ricerche su lettura e scrittura 

In queste pagine si riportano dei dati grazie ai quali ci si propone di “smontare” definitivamente la posizione “negazionista”, quella che considera la dislessia un’invenzione degli psicologi che danno lo status di “patologia” a un fenomeno dei tempi, presentando alcune ricerche condotte sulla lettura e sulla scrittura negli ultimi anni.

Lo scopo di questi lavori, condotti in gran parte dal mio gruppo di ricerca, era quello di capire come si sviluppa la lettura nei bambini, in base alla convinzione che solo dal confronto fra i dati sull’acquisizione della lettura nella popolazione scolastica generale e nei bambini “devianti” si possano ricavare informazioni oggettive utili per definire le soglie e anche per capire quando e come possono essere identificati i bambini a rischio di sviluppare DSA.

Quest’ultima prassi, conosciuta come screening, è divenuta importante perché la legge 170 invita le scuole ad attrezzarsi per realizzarla fin dalle prime fasi di scolarizzazione.

 

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