Il caso di un bambino straniero adottato

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Il caso di un bambino straniero adottato

Presentiamo il caso di Giacomo, un bambino di 11 anni: una storia di difficoltà scolastiche comune ad altri bambini che come lui sono adottati e stranieri. Programmando interventi adeguati, tuttavia, tali difficoltà non gli impediranno un soddisfacente sviluppo sociale e il completamento degli studi.

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Fonte: www.donna.nanopress.it

Negli ultimi anni è aumentato in Italia il numero di bambini stranieri adottati che iniziano a frequentare la scuola a età diverse e, a volte, con esperienze scolastiche pregresse. Quando uno di questi bambini s’inserisce a scuola, la prima questione da porsi è quella di comprendere quali sono i bisogni che impone la condizione di essere “adottato e straniero”.

Si tratta di un bambino con una storia di abbandoni, carenze ed esperienze negative alle spalle, che è stato trapiantato in un paese con lingua, abitudini e visioni del mondo diverse dalle proprie, di un bambino la cui principale preoccupazione è adattarsi al nuovo ambiente di accoglienza, in particolare la nuova famiglia. 

Che cosa possiamo aspettarci da lui rispetto all’apprendimento strategico richiesto a scuola, un apprendimento che avviene in un contesto di regole e routine che devono essere fatte proprie, di nuove relazioni con compagni e insegnanti, dove sono imposti ritmi non sempre in linea con i suoi? Come apprenderà a leggere e scrivere in lingua italiana, a calcolare? Come facilitare l’inserimento scolastico e assicurargli le condizioni migliori affinché il processo di apprendimento si avvii senza intoppi, in caso di adozione in età precoce, e/o prosegua, in caso di adozione tardiva, nel migliore dei modi possibili?

Nel presente lavoro, dopo un’introduzione sul tema “adozione e scuola”, cercheremo di rispondere a queste domande esaminando la storia di Giacomo, un bambino di undici anni. 

La sua è una storia emblematica della condizione di “essere adottato” poiché evidenzia sia le capacità di adattamento alla realtà socioculturale sia i risultati scolastici inferiori a quanto atteso per età, classe frequentata e potenzialità cognitive. È una storia di difficoltà incontrate a scuola e di interessi sviluppati altrove, di potenzialità che sarebbe opportuno poter individuare e sviluppare a scuola prima che a casa. 

È una storia che parla della problematicità dell’incontro tra adozione e scuola se gli attori coinvolti non sono disponibili a conoscersi, modificarsi e collaborare. La scuola può fare molto proprio per le funzioni istituzionali che le attengono sia sul piano metodologico-didattico, per la scelta delle strategie più idonee in caso di difficoltà/disturbi di apprendimento, sia sul piano dell’“adozione”, che richiede conoscenze specifiche e sensibilità per accogliere bambini e famiglie portatori di storie “difficili”.

ADOZIONE E SCUOLA

Il fenomeno delle adozioni internazionali è esploso in Italia nell’ultimo decennio, come si rileva dal rapporto statistico della Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI; Brogi et al., 2010) che ne fornisce un’analisi quantitativa e qualitativa. Il rapporto annuale evidenzia che dal 2000 al 2010 vi è stato un incremento continuo delle autorizzazioni all’ingresso in Italia di bambini in adozione, con una vistosa impennata nel 2004 (da 1797 a 3402) e nel 2008, quando è stato raggiunto il picco di 3907. Qualitativamente, le coppie che richiedono l’adozione internazionale hanno un più alto grado di istruzione rispetto alla media nazionale e ancora di più le madri adottive rispetto ai padri adottivi.
I dati su base storica evidenziano una tendenza all’aumento dell’età media dei bambini adottati, che appaiono concentrati nelle fasce 1-4 e 5-9 anni, e una prevalenza di maschi rispetto a femmine nel primo semestre del 2010.

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Adriana Molin (Università di Padova): 16 Luglio 2014 Casi, Integrazione, Intervento

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