Bullismo: interventi psicologici e di mediazione scolastica

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Bullismo: interventi psicologici e di mediazione scolastica

«Chi mette in atto comportamenti di prepotenza, così come chi ne è vittima, attraverso la difficoltà di vivere relazioni positive con i compagni esprime un disagio più profondo»: l’articolo illustra l’importanza e il ruolo dello psicologo scolastico che avvalendosi della mediazione può attivare percorsi di prevenzione e recupero di problematiche legate al disagio psicosociale nel contesto scolastico.

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    Gli anni della scolarizzazione, in particolare quelli della scuola primaria, costituiscono un importante momento per lo sviluppo della competenza sociale. Attraverso le relazioni con i pari, i bambini e i ragazzi hanno l’opportunità di acquisire molte abilità che soltanto in questa specifica tipologia di rapporto possono essere apprese, come ad esempio la competenza di leggere gli stati emotivi, le motivazioni e le intenzioni altrui, la capacità di interagire con gli altri, il rispetto e la costruzione della convivenza sociale (Schaffer, 1998).

    La scuola ha come compito principale quello di favorire l’adattamento degli alunni, e per fare questo deve aiutarli a rispondere sia alle sfide connesse all’apprendimento, sia a quelle legate alla gestione del proprio comportamento e alla costruzione delle relazioni con i compagni, promuovendo lo sviluppo di abilità di tipo sociale. Le relazioni sociali con i pari, se di segno positivo, possono costituire una grande opportunità per lo sviluppo emotivo e cognitivo (Menesini e Tani, 2007); se di segno negativo, al contrario, possono rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo del bambino e dell’adolescente. È questo il caso dei bambini che subiscono prepotenze o che vengono rifiutati dai compagni. Entrambe le situazioni possono essere predittive di problemi e difficoltà nel successivo sviluppo, tanto da costituire uno tra i più significativi indicatori di disagio in età scolare e adolescenziale (Menesini e Tani, 2007).

    IL BULLISMO E IL GRUPPO DEI PARI

    Tra le relazioni negative un ruolo significativo viene assunto dal fenomeno del bullismo, interpretato come manifestazione di una più ampia e complessa situazione di malessere evolutivo. Chi mette in atto comportamenti di prepotenza, così come chi ne è vittima, attraverso la difficoltà di vivere relazioni positive con i compagni esprime un disagio più profondo.

    È evidente che la risposta disadattiva costituita dal bullismo non è imputabile a un solo fattore, ma rappresenta il risultato di un intreccio di caratteristiche e problematiche individuali e contestuali (Salmivalli, 2010). Numerosi studi hanno dimostrato che il bullismo è un fenomeno sistemico e relazionale, per comprendere il quale è necessario ricollocare la diade bullo-vittima nel più ampio contesto d’interazione e di ruoli costituito dall’intero gruppo-classe (Salmivalli, 2010). È stato inoltre dimostrato che l’85% degli episodi di bullismo avviene alla presenza dei coetanei (Pepler e Craig, 1995; Menesini e Gini, 2000) e uno studio longitudinale ha dimostrato come una stabilità nel tempo dei ruoli di bullo e di vittima sia ricollegata a un altrettanto stabile social environment (Salmivalli, 2010).

    Tutto questo contribuisce a sottolineare come i comportamenti prevaricanti, gli stessi che, nelle loro varie forme, portano al cosiddetto “mal di scuola”, siano strettamente correlati, oltre che alle caratteristiche dei singoli ragazzi, anche al gruppo-classe nel suo insieme, allo stile di conduzione della classe da parte degli insegnanti che vi operano, ma anche alle regole e ai valori educativi proposti dalla scuola (Olweus, 1993). Per tale ragione è importante rilevare e intervenire sia sulle caratteristiche individuali degli alunni, sia su quelle del gruppo-classe nel suo complesso.

    La presenza di difficoltà riscontrata in alcuni bambini, più che apparire come una condizione ineludibile di disagio e di sofferenza, deve costituire un segnale di allarme e porre all’attenzione di insegnanti e psicologi un processo su cui intervenire per attivare meccanismi di discontinuità positiva (Rutter e Rutter, 1992). Tale discontinuità trova il proprio fondamento nella continua interazione tra organismo e ambiente, ed è a partire dalle occasioni di recupero che quest’ultimo può offrire che si possono spiegare anche inaspettati esiti positivi di adattamento. «Il cambiamento è la caratteristica più stabile dell’essere umano» (Feuerstein et al., 2005): esso è realizzabile attraverso azioni mirate, capaci non solo di far esprimere al meglio le capacità inespresse di un individuo, ma anche di crearne di nuove. Il ricorso a interventi psicologici di mediazione risponde alla necessità della scuola di creare momenti di discontinuità positiva, fornendo risposte adeguate a tutti quei ragazzi che, nel mostrare indici di disagio, prospettano traiettorie di sviluppo a rischio.

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    Chiara Marini, Ersilia Menesini (Università degli Studi di Firenze) : 01 Maggio 2018 Comportamento, Intervento, Relazioni

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