Empatia e autoinganni

Entra in Giunti Scuola

Hai dimenticato i dati di accesso?

Non sei ancora registrato?

Entra anche tu a far parte della più grande community di insegnanti italiani sul web!

Perché dovrei registrarmi?

Array
(
    [cmg_userData] => Array
        (
            [localhost%%gs_prod] => Array
                (
                    [profile] => ANONYMOUS
                    [groups] => Array
                        (
                            [-2] => SanchoEverybody
                        )

                )

        )

    [cmg_channels] => Array
        (
            [GF7GSAY8] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => cmg_processURL
                )

            [TUB37BPB] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

            [M25MRYYY] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

        )

    [cmg_lang] => 
)
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:20:boolean true
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:21:string '-3' (length=2)
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:22:int -3
I bambini non sono dotati fin dalla nascita di quella capacità che gli psicologi definiscono “empatia”: ecco un esempio. Di Rino Rumiati, Paolo Legrenzi 
EMPATIA_immagine_articolo_riviste_2808

 

 

 

 

 

L’empatia, il mettersi nei panni altrui, pur potenzialmente presente nell’architettura del nostro cervello, è il risultato dello sviluppo intellettuale di ogni persona. Lo psicologo austriaco Perner lo ha dimostrato in modo brillante.

Immaginate un adulto che gioca con una bambina di quattro anni mostrandole un pupazzo. Il pupazzo guarda quello che succede in un teatrino. La bambina, per esempio, vede che il pupazzo ha assistito a una scena in cui l’adulto mette un dolcetto dentro un cassetto di un armadio. A questo punto il pupazzo esce di scena. Mentre il pupazzo è assente, e non può vedere quello che succede nel teatrino, l’adulto sposta il dolcetto in un altro cassetto dell’armadio. Abbiamo cioè una prima fase del gioco in cui la bambina e il pupazzo vedono dove è stato messo un oggetto. Segue una seconda fase in cui l’oggetto viene nascosto in un posto nuovo all’insaputa del pupazzo. Infine abbiamo una terza fase, quella cruciale: il pupazzo rientra in scena. L’adulto domanda alla bambina: “In quale cassetto il pupazzo cercherà il dolcetto?”. Sono possibili due risposte: la prima, corretta, è che il pupazzo cercherà dove lui crede che sia il dolcetto non avendo visto che è stato spostato in sua assenza. La seconda, errata, è che il pupazzo cercherà l’oggetto nel cassetto dove è stato spostato a sua insaputa. Fino a cinque anni d’età i bambini sbagliano. Non riescono a immaginarsi bene i contenuti delle menti altrui, in questo caso quella del pupazzo. Solo a una certa età la maggioranza dei bambini riesce a immedesimarsi nell’altro. I bambini non sono dotati fin dalla nascita di quella capacità che gli psicologi definiscono “empatia”. Alcuni ne restano privi per tutta la vita a causa di una malattia d’origine genetica chiamata autismo. Non riuscire a proiettarsi nelle menti altrui è una maledizione micidiale perché rende le persone terribilmente vulnerabili senza che ne siano consapevoli.
L’esempio del pupazzo e del dolcetto è tanto semplice che molti si stupiscono che un bambino di quattro anni si sbagli. Eppure, in molti scenari in cui capire i contenuti delle menti altrui è altrettanto cruciale, gli adulti sbagliano anche loro e si mettono nei guai. Per esempio, in tempi recenti, molti uomini importanti non hanno compreso per tempo che il clima culturale era cambiato. Quelli che loro consideravano degli innocenti complimenti venivano invece giudicati degli atti di paternalismo, se non di peggio. Questi fraintendimenti capitano in molti altri campi. Per esempio, nel film di Sergio Leone “C’era una volta il West”, che cosa è che non coglie, e non riesce a capire per tutto il film, il “cattivo”, quello che alla fine viene giustiziato dal buono? E perché non lo ha compreso? Alcuni di questi esercizi sono facili perché abbiamo a che fare con storie lineari. Sono più complicate le trame in cui i protagonisti non solo difettano di intelligenza emotiva nei confronti degli altri ma addirittura di se stessi.

Per saperne di più


Empatia, Intelligenza Emotiva e Scienze Cognitive
Neuroscienze per la gestione delle relazioni interpersonali e la soluzione dei conflitti
Roma, 24-25 gennaio 2020
Programma completo, informazioni e iscrizioni a questo link: http://bit.ly/2q7rI4M
 

20 Novembre 2019

Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Entra in Giunti Scuola