"Non è giusto!": la percezione dell'ingiustizia nel contesto scolastico

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"Non è giusto!": la percezione dell'ingiustizia nel contesto scolastico

Gli studi sull’ingiustizia a scuola mettono in luce come avere un trattamento giusto da parte  dell’autorità soddisferebbe bisogni psicologici come controllo,  appartenenza, autostima e autoefficacia.

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Dipinto di Clara Niccese dal titolo "Il broncio" tratto dal sito: http://www.ioarte.org/artisti/Clara-Nicese/opere/Il-Broncio/

 

Oltre ad essere un argomento che ha affascinato filosofi quali Aristotele, Pitagora e Sant’Agostino, il tema della giustizia nelle relazioni umane ha avuto ampio spazio anche all’interno delle scienze psicologiche.

In effetti, subire o meno un trattamento “in”-giusto è una delle esperienze che attivano emozioni e comportamenti fin da piccoli: “Non è giusto” è, infatti, una delle prime frasi che i bambini imparano a dire nel periodo infantile. Negli ultimi anni, in campo psicologico sono stati fatti importanti passi avanti nella comprensione dei processi sottostanti la percezione di ingiustizia. Gran parte di quello che conosciamo deriva da studi e dissertazioni teoriche nel campo della psicologia delle organizzazioni e di quella sociale e di comunità.

Il senso di ingiustizia viene spesso considerato come una risposta emotiva evocata dalla percezione di un atto ritenuto moralmente ingiusto e può riguardare aspetti personalmente subiti ma anche trattamenti che riguardano altri vicini a noi o l’intera collettività.

Anche l’ambiente scolastico è stato oggetto di ricerca sul tema dell’ingiustizia, soprattutto per la rilevanza che questo aspetto ricopre nell’influenzare lo sviluppo dei ragazzi che, proprio all’interno della scuola, cominciano a confrontarsi con “autorità istituzionali” che non siano i genitori.

LE DIVERSE SFACCETTATURE DELL’INGIUSTIZIA PERCEPITA

Piaget è stato uno dei primi ricercatori a indagare in modo sistematico lo sviluppo del pensiero e del giudizio morale del bambino dimostrando la stretta connessione tra funzione morale e sviluppo cognitivo.
Negli anni, gli studi sull’ingiustizia percepita (si veda ad esempio Miller, 2001) hanno individuato la necessità di articolare il concetto in tre categorie semantiche ben distinte.

La prima, l’ingiustizia distributiva, riguarda il giudizio individuale circa le norme che regolano l’allocazione di ricompense. Il senso d’ingiustizia scatta quando si ritiene che qualcuno sia stato favorito a scapito di altri e il proprio sforzo non adeguatamente premiato. La distribuzione delle ricompense (o delle punizioni) alle persone in proporzione ai loro sforzi (ad esempio, i salari in ambito organizzativo o i voti in quello scolastico) è stata sicuramente la forma di ingiustizia che ha ricevuto maggior interesse empirico. D’altro canto, questa categoria è risultata la più problematica dal momento che questo giudizio è molto spesso legato alle procedure utilizzate per questa suddivisione, oltre che alle preferenze delle persone circa i principi di distribuzione delle risorse sui quali torneremo più avanti (Lind e Tayler, 1988). 

La seconda categoria è quella per l’appunto dell’ingiustizia procedurale, che riguarda le regole e i meccanismi utilizzati nel decidere come ricompensare o punire o più in generale trattare le persone. Nonostante l’attenzione dei ricercatori si sia focalizzata sugli aspetti formali e strutturali delle procedure, più di recente si è spostata su aspetti di natura interpersonale.  

Terza, la categoria dell’ingiustizia relazionale (o interpersonale) che riguarda il modo in cui una persona viene trattata nel momento in cui, ad esempio, vengono prese delle decisioni. Appare evidente come quest’ultimo tipo di ingiustizia possa essere considerato una conseguenza o una derivazione di quella procedurale. Quindi si tratta di sentirsi privati di qualcosa che si crede essere un proprio diritto, per esempio quello di essere rispettati.

Con poche eccezioni, gran parte di quello che conosciamo circa il legame tra ingiustizia percepita e adattamento individuale proviene dal campo di studi della psicologia delle organizzazioni, secondo cui la misura con la quale i dipendenti sono trattati giustamente (in termini di procedure, ricompense e relazioni) nel posto di lavoro può influire, oltre che sulle performance, anche sullo stato di benessere psicologico e fisico.

INGIUSTIZIA E SCUOLA

Bambini e adolescenti spendono una importante porzione della loro giornata a scuola. Il mandato della scuola non si limita alla trasmissione di conoscenze e allo sviluppo di abilità di apprendimento; questo contesto dovrebbe altresì proporsi di agire sullo sviluppo socio-emotivo dei ragazzi attraverso il rafforzamento della motivazione all’apprendimento e il miglioramento delle strategie di coping di fronte a compiti stressanti, oltre a favorire un adeguato sviluppo della responsabilità ­sociale.

Per questa ragione, quando ci si interroga sul successo del mandato educativo della scuola, non ci si può limitare alla considerazione dei voti e delle prestazioni, ma è necessario allargare l’attenzione ad aspetti e dimensioni socio-emotive, oltre che alla salute e al benessere degli individui. Per questo è necessario comprendere anche le funzioni delle esperienze di giustizia/ingiustizia legate al contesto scolastico

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Massimo Santinello, Alessio Vieno (Università di Padova): 10 Gennaio 2014 Comportamento, Emozioni, Relazioni

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