Un lavoro da dislessico?

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Testimonianza e riflessioni di un dislessico che lavora con allievi con DSA. Di Alberto Righi
leggere dislessia

«Alberto, tu sei dislessico ». Man mano che lo psicologo continuava a spiegarmi cosa significasse questa prima frase, in me diventava sempre più chiaro un pensiero: «Ma allora non è tutta colpa mia!». Sì, perché fino a quel momento gli adulti inconsapevoli mi avevano inculcato il classico mantra: «Alberto, tu sei intelligente ma non studi... non ne hai voglia».
Verso la fine del mio percorso universitario ho scoperto che l'ateneo di San Marino organizzava un CAF per diventare tecnico dell'apprendimento specializzato in attività doposcolastiche per DSA. Ho frequentato il corso e il doposcuola specializzato è diventato il mio luogo di lavoro.
L'obiettivo in questo mestiere è chiaro: aiutare i ragazzi a raggiungere l'autonomia nella scuola attraverso un metodo di studio personalizzato. Altrettanto chiara era in me un'idea: «Chi meglio di me può capire le difficoltà dei ragazzi e le loro emozioni?!». Inizialmente infatti suggerivo loro le strategie che avevano permesso a me di cavarmela, ma l'inefficacia dei miei interventi e il confronto con le mie colleghe mi hanno portato a pensare che qualcosa non andasse.
Così sono arrivato a capire meglio la mia convinzione: io credevo che solo un dislessico potesse capire e quindi aiutare un altro dislessico. Sappiamo che in Italia le persone con DSA sono circa il 5% della popolazione. Se la mia idea fosse stata vera, avrebbe voluto dire che i dislessici possono sperare di essere compresi da pochissime persone.
Il problema è che questo tipo di pensiero è sempre più forte. Infatti parte del dibattito attorno ai DSA è polarizzato dagli stessi dislessici tra 'noi' e 'loro', rischiando di produrre un effetto di auto-ghettizzazione.
Inoltre un accostamento diffuso è quello tra dislessia e personaggi geniali di tutti i tempi. Oppure tra dislessia e creatività. Condivido la necessità di affrancare l'immagine dello studente dislessico da quella del 'somaro', ma credo che questa tendenza contribuisca a costruire un'immagine non realistica delle persone con DSA. Infatti l'equazione “dislessico quindi creativo/geniale” non è automatica per tutti. Io, ad esempio, sono un dislessico tendenzialmente poco creativo e senza qualità particolari che mi consentono di accostarmi a Einstein, Leonardo da Vinci o Walt Disney. Non per questo però ho una bassa autostima. Sono una persona normale, con punti di forza e debolezza come tutti.
Queste riflessioni mi hanno permesso di capire che la dislessia non mi rende un professionista migliore rispetto ai colleghi “neuro-tipici”. È piuttosto una caratteristica sulla quale devo vigilare, facendo attenzione che non mi impedisca di vedere il ragazzo che devo aiutare per quello che è e non per quello che mi aspetto che sia.
Per ricevere aiuto e comprensione basta incontrare persone attente e curiose. La fortuna è che c'è la possibilità di trovare queste caratteristiche nel 100% della popolazione mondiale.

Leggi l’articolo completo sul numero 4 (marzo-aprile) di Psicologia e scuola: sfoglia la rivista online (se abbonato) a questo link

 

 

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Alberto Righi: 05 Aprile 2019

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