La tras-formazione. La formazione che lascia un segno

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La tras-formazione. La formazione che lascia un segno

I formatori possono offrire agli insegnanti non ricette ma spunti di riflessione, di arricchimento, punti di vista alternativi che supportino il docente nel recuperare la risorsa della creatività. Di Sandra Giordano
arte astratta colore pastello

Scrive Massimo Recalcati (La Repubblica on line, 27 novembre 2011): "Esiste un aneddoto leggendario che riguarda il lavoro di Emilio Vedova come insegnante presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia. Quando un allievo si trovava paralizzato di fronte alla tela bianca, incapace di procedere, vittima dell'inibizione, il maestro interveniva immergendo uno spazzolone in un secchio di colore e imprimendo un violento colpo sulla tela. Questa offesa traumatica sortiva un effetto immediato; l'allievo liberato dall'angoscia e dall'inibizione poteva procedere nel suo lavoro".

Una domanda che spesso i partecipanti a un corso rivolgono al formatore è il “come fare?” riguardo certe situazioni di difficoltà che si ritrovano a vivere nella propria professione. In particolare, gli insegnanti chiedono tecniche e strumenti. Questa domanda, carica di aspettative, parte dalla convinzione che il formatore possa offrire loro le giuste soluzioni per risolvere i problemi che quotidianamente devono affrontare nel proprio lavoro, nel confronto con se stessi, con i colleghi, con gli alunni, con i genitori.

Se è vero che per ciò che riguarda le competenze relative alla didattica e alla gestione degli alunni BES o con difficoltà più gravi, è necessaria anche una preparazione teorica e degli accorgimenti e dispositivi di natura tecnica precisati dalle leggi vigenti, per ciò che riguarda la capacità di pensare e la creatività esse non dipendono certo da quanto si studia durante un corso di formazione.

Non esistono ricette precostituite

È importante capire che non esistono ricette precostituite e che la formazione per gli insegnanti non è la bacchetta magica per risolvere i problemi che affliggono il mondo della scuola. I formatori possono e devono offrire spunti di riflessione, di comprensione, di arricchimento, punti di vista alternativi che favoriscano la formazione di strutture di pensiero che supportino il docente nel recuperare la risorsa della creatività e del sapersi meravigliare per “creare” ad hoc alternative possibili alla gestione efficace sia delle relazioni che della didattica. Questo è ciò che dovrebbero chiedere gli insegnanti a un formatore, non il pesce, quindi, ma di imparare a pescare essi stessi.

Il formatore partecipa al processo formativo

Ciò premesso, possiamo considerare che il formatore è anch’egli un partecipante, nel senso che partecipa a un processo formativo, un processo in cui offre una forma a un sapere in fieri. Si tratta di una forma che va modellata da tutti i partecipanti e che va riempita di significato unico perché uniche sono le persone che hanno deciso di aderire a quell’offerta formativa, imparando a pescare tutti insieme.

In tal modo, di fronte all’inciampo l’insegnante può pensare, dare parola, fare un’azione, essere un punto di riferimento a sua volta. Seguendo questa via, la formazione diviene meraviglia della tras-formazione, azione di cambiamento profondo dell’essere più che dell’avere, per recuperare la propria vocazione gioiosa all’in-segnare.

Riferimenti bibliografici

  • Edgar Morin (2015), Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Cortina Raffaello, Milano.
     
  • Massimo Recalcati (2014), L'ora di lezione. Per un'erotica dell'insegnamento, Einaudi, Torino.

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