Insegno bene geografia perché mi piace

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Insegno bene geografia perché mi piace

Gli autori approfondiscono le opinioni degli insegnanti in relazione all’insegnamento della geografia nella scuola primaria. Fattori come motivazione, interesse e piacevolezza influenzano le modalità di proporre la materia. 

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Immagine tratta dal sito planisfero

È un lavoro “emotivo” quello di insegnare. Si tratta di avere passione per ciò che si trasmette e di essere convinti della bellezza e dell’importanza di ciò che si vorrebbe i discenti conoscessero. È emotivo per chi insegna e lo è per chi apprende. È emotivo anche indipendentemente dalla materia, dato che recenti studi hanno dimostrato che si può provare gioia perfino per le discipline considerate più difficili, quali la matematica, e che, in questo processo, a fare la differenza è il docente (Frenzel et al., 2009).

Chi è allora questo insegnante capace di emozionare ed emozionarsi? Diversi sono gli aspetti che lo caratterizzano e che la letteratura ha esaminato: motivazioni, strategie, atteggiamenti, convinzioni, vissuti, percezioni (De Beni e Moè, 2000; Moè, 2010; 2011).

Nel presente contributo considereremo, nello specifico, il ruolo svolto dall’esperienza pregressa con la disciplina. Vi ricordate chi e come vi ha insegnato matematica o storia o geografia? Quasi certamente la figura del docente è rimasta più impressa delle tante carte stampate e dei sudati appunti. E sicuramente, se l’insegnante vi ha appassionati per una certa materia, l’amore per questa permane in voi.

L’ipotesi che qui esploriamo è che avere avuto una esperienza positiva con la geografia determini l’interesse per la materia e sia in relazione con l’abilità nell’insegnarla.

La geografia oggi

Nello studio che presentiamo l’attenzione è stata rivolta alla geografia in un momento storico molto delicato per la disciplina.

La recente riforma della Scuola secondaria di Secondo Grado (riforma Gelmini), entrata in vigore nell’anno scolastico 2010-2011, ha infatti fortemente penalizzato la geografia, che nei licei è stata accorpata alla storia ed è scomparsa anche nel quadro orario di tutti gli Istituti professionali e di tutti gli Istituti tecnici a indirizzo tecnologico (De Vecchis, 2011).

Questi cambiamenti a livello legislativo non dovrebbero però portare alla rinuncia o alla disaffezione nei confronti della disciplina. Sono noti infatti i benefici di un apprendere geografico fin dalla più tenera età.

Già a tre anni un bambino possiede una “geografia personale”, ma non per questo spontanea o ingenua. Fin dal suo ingresso alla scuola dell’infanzia è impegnato nella conquista dello spazio in senso adulto e sociale (Giorda, 2006).

Con il passare degli anni la geografia a scuola diventa strumento della conoscenza di sé e del mondo (Corna Pellegrini, 2004), forma territoriale dell’agire sociale (Turco, 1988), fecondazione della natura da parte della cultura (Magnaghi, 2000). Inoltre, è da tenere presente che la geografia è considerata una scienza “molle” ed estremamente eterogenea nelle sue relazioni con le altre discipline (Frémont, 2007, p. 76).

Se da un lato la complessità e la pluralità delle interconnessioni sono un elemento di forza nel processo di costruzione della conoscenza spaziale, dall’altro affidare i contenuti geografici ad altri ambiti disciplinari rischia di allontanare lo sguardo degli insegnanti dal territorio e dai fatti ad esso collegati (De Vecchis, 2011).

Fare geografia a scuola vuol dire formare cittadini italiani e del mondo consapevoli, autonomi, responsabili e critici, che sappiano convivere con il proprio ambiente e sappiano modificarlo in modo creativo e sostenibile, guardando al futuro.

Insegnare geografia

Se diciamo geografia, a cosa pensate? Vi ritornano in mente lunghi elenchi ordinati di stati, regioni, città o carte mute sulle quali vi era chiesto di disegnare i fiumi e le montagne? Per la maggior parte di voi probabilmente sarà stato così, eppure negli anni la geografia è cambiata molto: gli approcci, le metodologie e le finalità della disciplina hanno saputo arricchirsi, rinnovarsi e sintonizzarsi con la realtà complessa e “fluida” della nostra società odierna.

Resta il fatto che alcuni insegnanti continuano a proporre la geografia come lo si faceva ai tempi della riforma Gentile, quasi un secolo fa. Perché?

Una risposta plausibile è che la visione che gli insegnanti hanno della disciplina sia legata al loro personale vissuto da studenti. La riflessione in seno alla comunità scientifica mette in luce l’emergere di altri importanti elementi che caratterizzano oggi gli studi geografici.

Se riflettiamo infatti sul termine “geografia” già si evidenzi\a la varietà degli approcci possibili. Il termine “grafia” richiama la scrittura, il disegno del mondo e quindi riconduce a un codice chiuso, al tentativo di modellizzare la realtà: la carta geografica è la massima espressione di questo aspetto. Allo stesso tempo, però, “grafia” è anche “discorso sul mondo” riferito a un codice aperto, alla concettualizzazione della realtà (Farinelli, 2003).

In tal senso anche i testi letterari o le opere artistiche possono fornire preziose indicazioni per comprendere il vissuto territoriale degli uomini.

Insegnare geografia facendo proprio questo quadro di riferimento significa, quindi, mettere al centro gli studenti dotandoli degli strumenti conoscitivi utili per leggere, interpretare e capire il presente senza dimenticare il passato.

La geografia, attraverso i suoi metodi, potenzia e raffina lo spirito di osservazione alla base del pensiero critico, stimola la pratica riflessiva intenzionale (Schön, 1993), costituisce un antidoto al mero nozionismo fine a se stesso e un toccasana per il senso di disagio che l’uomo sempre più sembra nutrire nei confronti del diverso.

Dewey (1990) vedeva nella geografia “l’unità di tutte le scienze” ed esaltava la sua trasversalità quale valore formativo che permette il dialogo tra le varie aree del sapere e che deve fornire gli strumenti adatti affinché gli studenti possano leggere la propria realtà.

Tali dotazioni possono risultare utili anche in molti altri ambiti; ignorarle significa privarsi della visione olistica, critica e pragmatica propria della geografia. Questa disciplina, infatti, non può restare astratta e generica ma ha bisogno del lavoro sul campo e di soggetti/oggetti reali e conoscibili dai ragazzi (Rocca, 2007).

 

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Giovanni Donadelli*, Enia Labate**, Lorena Rocca*, Angelica Moè**, Francesca Pazzaglia** (*Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità, Università degli Studi di Padova; **Dipartimento di Psicologia Generale, Università degli Studi di Padova): 13 Aprile 2015 Apprendimento, Didattica, Motivazione

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