Ascoltare e ascoltarsi a scuola

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Come possiamo coltivare il silenzio per favorire una relazione autentica con bambini e ragazzi?  Di Luisa Lauretta
ascolto gentile star bene insieme

Il filosofo Carlo Sini inizia il suo bel libro dedicato al silenzio (Il gioco del silenzio) raccontando come in una classe della primaria, allo scadere dell’ultima ora, i bambini stanchi chiedono alla maestra di fare un gioco. Lei esita, si mostra dubbiosa, dice che ne conosce uno “difficile”, adatto ai bambini più grandi, e teme che non tutti riusciranno a giocarci. Gli allievi la incalzano, vogliono farlo. La maestra cede: si tratta di “ascoltare il silenzio”. Tutti ci provano, riuscendo a non ridere, a non dire niente, per appena un minuto. “Che cosa avete ascoltato?”, chiede la maestra. I bambini raccontano le cose più disparate (il silenzio è strano, è bello, fa paura…). Subito dopo vogliono riprovare quel gioco. La seconda volta il tempo dell’ascolto si allunga, le impressioni dei bambini si fanno più articolate, più profonde, più vicine al loro vissuto emozionale. Nei giorni successivi vogliono ancora ascoltare il silenzio e man mano quello diventa il gioco preferito della classe. Cominciano a scrivere pensierini sul silenzio, lo disegnano, si fanno sempre più attenti, imparano ad ascoltare se stessi, ad ascoltare con calma gli altri.

Sommersi dal rumore


Ascoltare e ascoltarsi in ambito scolastico non è facile: le scuole sono luoghi di lavoro rumorosi, dove le voci, il più delle volte, si sovrappongono, si fanno incalzanti e non c’è spazio per fare attenzione a se stessi e agli altri.
Gli allievi, gli educatori, gli insegnanti, abitano questo contesto sommerso dal rumore che copre il tempo dell’esistenza sin dal nido. Spesso per ottenere il silenzio, per farsi ascoltare, gli adulti utilizzano la modalità automatica e paradossale di urlare più forte degli allievi, tanto che le patologie dell’apparato fonatorio sono diffusissime tra i professionisti dell’educazione.
Il bisogno di “fare silenzio” in ambito scolastico, dentro e fuori e di sé, è dunque pressante e lo rivela il diffondersi, con buon esito, di pratiche di Mindfulness (Kabat-Zinn, 1994), una sorta di meditazione che implica il prestare attenzione, con intenzione e senza giudizio, al momento presente.

La pratica dell’ascolto


Saper fare silenzio dentro e fuori di sé, per poter ascoltare ciò che si rivela oltre il “rumore” esterno e interno, mi pare per altro la virtù prevalente degli educatori, più di quella del parlare. Questa qualità di ascolto permette infatti di tirar fuori nei bambini quello che hanno di potenziale, perché possano dare il meglio di sé nel mondo.
Il che richiede anche il “mettere a tacere” quegli inevitabili pre-giudizi che affollano il pensiero e che portano a ragionare per classificazioni più che per relazioni.
È così che mi immagino allora il buon proposito dell’“ascolto gentile”, che si legge nella frase a epigrafe di questo post, espresso da un’insegnante nel corso di un incontro di formazione. Coltivare il silenzio dentro e fuori di sé, per stare in una relazione autentica con gli allievi e ascoltarne con gentilezza l’emergere, più o meno silenzioso, di bisogni e di sogni.


 

 

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