Socrate e il computer: sono davvero incompatibili?

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Socrate e il computer: sono davvero incompatibili?

La discussione sulla trasformazione in atto nella scuola si accende ogni volta che qualcuno parla di innovazione. Così, periodicamente, si riaccende il dibattito sull’importanza di insegnare il corsivo, di imparare a memoria, dell’influenza del latino sull’italiano, della scrittura manuale minacciata dall’uso del computer. Ma le scienze cognitive, che idea hanno di questa trasformazione? In questi anni è davvero cambiato il modo di apprendere? E la scuola ne ha tenuto conto? Il parere di Giacomo Stella.
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Immagine tratta dal sito www.cssc.eu

Molti assegnano alla scuola un ruolo di difesa e di conservazione delle radici culturali del nostro paese. Nel frattempo, se si guarda le esigenze delle famiglie (forse sarebbe più corretto dire la domanda della società) ci si accorge che c’è sempre meno richiesta di latino e sempre più richiesta di inglese o di informatica.

Nei licei fioriscono le varianti per evitare il latino (liceo sportivo, tecnologico, musicale, ecc.) perché le scuole, dovendo cercarsi gli iscritti, devono tener conto della domanda e proporre offerte appetibili. La scuola custode della cultura classica è rimasta una scelta per una ristretta élite che vuole che i propri figli imparino il greco e il latino, perché tanto tutto il resto (inglese, informatica, ecc.) lo trovano in contesti più consoni.

Ma le scienze cognitive, che idea hanno di questa trasformazione? In questi anni è davvero cambiato il modo di apprendere? e la scuola, ne ha tenuto conto? Che cosa avrebbe da suggerire uno psicologo dell’apprendimento se dovesse essere interpellato per indirizzare il cambiamento nella scuola?

La facilità di accesso alle informazioni tra impellenza e onnipotenza

Il modo di apprendere è certamente cambiato e ne abbiamo già parlato diverse volte. La disponibilità delle informazioni sui supporti informatici e sul web ha trasformato il modo di acquisire le conoscenze e anche se queste sono “irrelate”, cioè scollegate fra di loro, sono comunque ormai il nostro modo di apprendere.

Tuttavia, la grande facilità di accesso alle informazioni ha generato un fenomeno di “intolleranza” verso il non sapere, verso la mancanza di risposta. Una sorta di impellenza a cercare subito una riscontro a tutti i quesiti che a volte ci ha fatto prendere degli abbagli, perché, come dice Raffaele Simone, è un’informazione appunto “irrelata”, cioè nella maggior parte dei casi poggiata sul nulla, sta su una nuvola, è senza radici. È una risposta, una nozione, non conoscenza.

Dall’altro lato, la facilità di trovare risposte ha generato un’idea di onnipotenza (posso sapere tutto, ho una risposta a qualsiasi domanda) che ha cancellato l’idea che l’acquisizione di informazioni sia un processo, il risultato di una ricerca che parte da un’ipotesi, a volte da un avvicinamento per somiglianza, da una deduzione.

La possibilità di avere risposte su tutto ha dunque annullato il pensiero ipotetico? Ha appiattito i processi di ricerca? Ha sbiadito se non cancellato del tutto l’idea di apprendimento come processo esperienza-dipendente? Bisogna forse tornare indietro e cancellare per gli studenti la possibilità di utilizzare Google o Wikipedia?

Nativi digitali

Questo è ciò che propone la maggior parte dei cultori della cultura classica, che comunque a loro volta non riuscirebbero più a fare a meno dei sistemi di catalogazione e di ricerca informatici. Ed è anche quello che si fa a scuola dove, salvo rare eccezioni, il computer è tenuto rigorosamente fuori dall’aula. I difensori della scuola più illuminati accettano che una volta che la cultura è acquisita (con i vecchi metodi, si intende) si possa innestare la nuova cultura multimediale, che quindi assume un ruolo complementare, opzionale, spesso di abbellimento, perché la sostanza si trova altrove.

Ma i bambini oggi sono nativi digitali, cioè imparano prima ad attivare un video che a parlare o ad allacciarsi le scarpe. Eppure questo non impedisce loro di imparare bene il linguaggio, di imparare a contare, di costruirsi rappresentazioni temporali e spaziali prima che incominci l’alfabetizzazione che avviene ancora attraverso strumenti tradizionali. Molti bambini prima di imparare a scrivere sanno digitare una password, ma questo non impedisce loro di usare a scuola i sistemi tradizionali carta e matita.

Scrivere su una tastiera o scrivere con la matita dal punto di vista dei processi cognitivi implicati non cambia nulla. Il fatto che l’atto motorio di scrivere sia indispensabile perché lascia (come sostengono in molti) una traccia più saliente rispetto a individuare un tasto da schiacciare sulla tastiera non è assolutamente dimostrato. In ogni caso, per scrivere una parola, bisogna segmentarla in fonemi e riprodurli uno a uno indipendentemente dal mezzo usato. Ovviamente al bambino piace anche usare la matita e questo non va impedito. I due sistemi possono coesistere e integrarsi a vicenda per completare le esperienze.

Diverso è il caso delle operazioni aritmetiche. Se invece di usare le dita o la linea dei numeri il bambino iniziasse a usare la calcolatrice, avrebbe grandi difficoltà a sviluppare i concetti di addizione, sottrazione, ecc. perché nell’uso della calcolatrice, non c’è nessuna differenza fra le quattro operazioni tranne che cambiare il tasto da schiacciare (il segno). Con le dita, con la linea dei numeri o con la tavola pitagorica la differenza fra le operazioni è consistente e molto vicina alla realtà concreta dell’enumerazione e della verifica delle quantità.

Il punto cruciale: cogliere l’effetto delle proprie azioni

In questo caso l’esperienza è indispensabile per costruire le rappresentazioni. Del resto, nessun bambino è attratto spontaneamente dalla calcolatrice perché non ne capisce l’utilità. Questo forse è il punto cruciale che determina l’uso dell’informatica nello sviluppo. Quando il bambino può cogliere l’effetto delle sue azioni, tutto assume un valore significativo, sia esso l’uso di un oggetto o un atto su un computer. Quando questo non accade gli atti diventano privi di valore costruttivo. Ma sono prive di valore costruttivo anche alcune proposte didattiche presentate a scuola per consuetudine, per abitudine storica. 

La scelta di esperienze con valore costruttivo

La questione del cambiamento della scuola non è dunque quella di scegliere fra Socrate e il computer, ma fra le esperienze significative e quelle prive di valore costruttivo. Siamo sicuri che lo studio del latino, per uno studente di liceo al giorno d’oggi sia un’esperienza significativa? Stando a quello che dice uno dei miei studenti, ex liceale, che per fare sfoggio di cultura classica mi dice “hic et hoc”, direi proprio di no!
 

Commenti

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    Pietro Sacchelli

    23:42, 5 Novembre 2016

    L'articolo del Prof. G. Stella sviluppa alcuni argomenti condivisibili e altri meno. Tra i primi il valore formativo delle esperienze a scuola per dare significato valoriale a ciò che viene studiato. Questa sfida "ermeneutica" è di difficile realizzazione in quanto, come ben si sa, molti apprendimenti disciplinari non rispondono a un principio utilitaristico e pragmatico. E comunque "l’orizzonte di senso" delle nostre conoscenze e azioni è sempre dettato da una finalità di scopo e non tanto dal mezzo utilizzato (libro, computer, LIM, smartphone). Sarebbe paradossale se una vacanza al mare fosse interessante per il mezzo privato o pubblico utilizzato per raggiungere il luogo di ferie anziché dal soggiorno vacanziero in se stesso. Concordo sul fatto che lo studio del latino o del greco non sia più formativo di altre discipline come la musica, l'informatica o la lingua inglese. Tra gli argomenti meno condivisibili annovererei invece quello dei "nativi digitali", termine improprio coniato da Marc Prensky in un articolo eponimo del 2001 e ripreso successivamente dal Prof. Paolo Ferri. I bambini moderni non utilizzano le tecnologie per una predisposizione naturale al digitale (se così fosse saremo di fronte al superamento antropologico dell'homo sapiens sapiens), ma sono le case produttrici informatiche ad aver sviluppato "app digitali" adattandole all'infanzia. Il touch screen nasce per espandere "in basso" il mercato multimediale e spingere "in alto" i profitti miliardari delle multinazionali informatiche. Non esiste pertanto un'intelligenza digitale specifica con buona pace degli innovatori a tutti i costi! Queste notizie possono essere reperite a pag. 99 e seguenti del saggio "Contro il colonialismo digitale" (Ed. Laterza, 2013) del Prof. Roberto Casati, direttore di ricerca del CNRS della Sorbona di Parigi. Per quanto riguarda la scrittura digitale e manuale ci sono studi scientifici che documentano ampliamente le sollecitazioni delle aree cerebrali. Forse la più nota è quella realizzata nel 2012 dal Prof. Jean-Luc Velay presso l'Istituto di Neuroscienze Cognitive dell'Università di Marsiglia che ha coinvolto due gruppi omogenei di adulti. A uno è stato assegnato il compito di imparare a scrivere un alfabeto sconosciuto composto da circa venti lettere usando la tastiera del computer mentre all'altro è stato chiesto di impararlo servendosi di carta e penna. A distanza di tre e sei settimane è stato testato l'apprendimento delle lettere e la rapidità nel distinguere quelle scritte in modo corretto e al contrario. Il risultato è stato sorprendente: il gruppo che aveva appreso le lettere dell'alfabeto scrivendole a mano aveva ottenuto risultati migliori in tutte le prove. L'esame FMRi (Risonanza Magnetico Funzionale) in modo inequivocabile aveva indicato, nel gruppo "amanuense", l'attivazione dell'area di Broca (nella regione frontale dell’emisfero sinistro) che invece risultava pressoché disattiva in coloro che avevano imparato l'alfabeto nella modalità digitale. Quindi il Prof. Jean-Luc Velay conclude che le affordances aptici delle tecnologie digitali producono stimoli cerebrali più deboli rispetto all'uso tradizionale della carta e penna e perfino della vecchia macchina da scrivere.Se però il Prof. G. Stella è in possesso di dati scientifici contrari sarò ben lieto di prenderne atto "hic et nunc!"