Quanti sono i dislessici?

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L’opinione pubblica è divisa fra chi ritiene che si facciano troppe diagnosi e chi pensa che la dislessia sia ancora un mondo sommerso. La comunità scientifica ha definito dei criteri stabili? Come sono i dati degli altri Paesi?
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L’attenzione che si è accesa intorno ai Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) e in particolare alla dislessia assume toni da guerra ideologica quando si parla di numeri: c’è chi denuncia un eccesso di diagnosi indicando percentuali molto elevate (10%) e c’è chi invece sostiene che la maggior parte dei dislessici siano ancora non identificati ("Nella mia classe ne ho 5 non riconosciuti").

È difficile orientarsi nella selva di numeri che vengono riportati perché a volte vengono utilizzati ideologicamente per sostenere una tesi e in quest’ottica è accaduto anche che la stessa fonte denunci un difetto di diagnosi per sottolineare la scarsa conoscenza del problema, e qualche tempo dopo un eccesso di certificazioni. Nelle riviste scientifiche la differenza nelle percentuali viene invece spiegata riferendosi alla variabilità nei criteri adottati.

Proviamo a mettere qualche elemento di chiarezza su come si generano i numeri che portano alle percentuali di prevalenza della dislessia. La dislessia viene definita come una manifestazione della varianza della popolazione, in riferimento allo sviluppo neurologico di alcune funzioni. La dislessia quindi non è una malattia come per esempio la polmonite, di cui si può cercare la prevalenza a priori, ma è una condizione misurata come varianza, cioè come distanza dal comportamento medio della popolazione, allo stesso modo con cui viene definita la statura alta o bassa di un individuo.

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