Apprendimento e Memoria. Da Pico (della Mirandola) ai Pixel

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Apprendimento e Memoria. Da Pico (della Mirandola) ai Pixel

Che cosa significa, oggi, ricordare? Sapere qualcosa (data, nome, notizia) o sapere dove e come trovare ciò che ci serve? Una riflessione sulla memoria ai tempi dei Pixel.
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Immagine tratta dal sito Recreio

Marino Niola ha intitolato come questo post il suo intervento al Festival della memoria che si è svolto recentemente a Mirandola e ha portato un interessante contributo al dibattito sull’importanza della memoria, sulla necessità di esercitarla e sul presunto ruolo nefasto che eserciterebbero le memorie digitali sulle nostre capacità mentali. Insomma, ancora una riflessione sulla paventata malattia delle nuove generazioni: la perdita della memoria (Eco). Niola sostiene che i pixel sono i nuovi strumenti del ricordo e che da questo cambiamento abbiamo tutti da guadagnare perché ci mettono a disposizione quote di memoria impensabili.

Con i BIG Data la memoria smette di essere una proprietà personale ma diventa una proprietà collettiva, accessibile a tutti, 24 ore al giorno, senza chiaroscuri e annebbiamenti, o oblio.

Ricordi ed emozioni

Niola, oltre a decantare i pregi delle memorie digitali, fa notare che l’etimologia latina della parola ricordo (cor-cordis) rimanda al ”custodire qualcuno o qualcosa nel cuore”, sottolineandone la componente emozionale e affettiva e indicandolo come uno dei più efficaci “motori di ricerca” della memoria.

Si ricorda meglio ciò che ci emoziona e il desiderio o l’interesse per qualcosa o per qualcuno fanno da propulsore del meccanismo di selezione delle informazioni. La qualità del ricordo è migliore quando è associata ad emozioni forti siano esse positive o negative. L’autore tende dunque a sottolineare come l’elemento più prezioso è il meccanismo di filtraggio e di selezione piuttosto che la costruzione di un magazzino capace. 

È più facile e meno faticoso saper utilizzare i magazzini piuttosto che immagazzinare. Ma è anche più utile? I sostenitori dell’importanza del processo di memorizzazione ritengono che questo sia un esercizio per la mente, utile comunque, anche se le informazioni memorizzate si dimenticano. Nell’era pre-digitale quante volte abbiamo conservato documenti che poi non ricordavano nemmeno di avere, se non quando li abbiamo ritrovati al momento di buttarli via per far spazio nel magazzino troppo pieno? A che cosa serve tenere un documento (o un’informazione) se poi non sappiamo di averla? A che cosa serve studiare la storia se poi non sappiamo chi era Napoleone Buonaparte?

I criteri di archiviazione dei ricordi

Ma perché non ci ricordavamo di avere certi documenti? Perché li avevamo immagazzinati senza un criterio di archiviazione. Per trovare qualcosa bisogna archiviarlo in modo scrupoloso, metodico e soprattutto essere in grado di costruirsi a priori un’architettura di magazzino efficiente. Se il processo di archiviazione non si fa immediatamente e contestualmente all’arrivo della nuova informazione o del nuovo materiale, si finisce con l’accumulare quantità di volumi o di documenti che sono inutili in quanto sono ammassati in un magazzino indistinto e non depositati in un archivio. Il ricordo di quello che si ha nel magazzino si affievolisce con il passare del tempo e con l’aumento del materiale che si aggiunge. Per cercare un documento in un magazzino indistinto dobbiamo esaminare tutti gli elementi uno ad uno, ogni volta, e questo è un processo molto dispendioso. Invece nell’archivio le informazioni rimangono accessibili e facili da ritrovare.

Dove trovare ciò che ci serve?

Guardando quello che ci succede oggi quando cerchiamo un’informazione si potrebbe dire che il concetto di ricordo è cambiato. Oggi ricordare non coincide con il saper qualcosa (data, nome, notizia) ma con il sapere dove o come trovare ciò che ci serve.

Niola sostiene che “oggi il ricordo si esternalizza sempre di più, come l’economia, perché costa meno fatica archiviare quello che ci serve in un altrove tecnologico, in un cervello remoto che entra in coppia con il nostro e lo potenzia”. Ma aggiunge anche che, come in economia l’esternalizzazione porta molti vantaggi, anche per la memoria questo accade perché abbiamo a disposizione un numero sempre più elevato di archivi, sempre più specializzati e sempre più accessibili.

Quello che rischiamo di perdere è la capacità di archiviare o di accedere agli archivi, non la capacità di imparare a memoria. Soprattutto oggi che nemmeno Pico della Mirandola potrebbe vincere una gara di memoria con uno smartphone, quello che conta è imparare a utilizzare magazzini sterminati ma “irrelati” come dice Raffaele Simone. Questa è la sfida del futuro: promuovere la capacità di cercare, confrontare e correlare.
 

Commenti

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    Pietro Sacchelli

    23:39, 1 Settembre 2016

    Non concordo con i Proff. Niola e Stella riguardo l'importanza degli archivi digitali che possono tranquillamente sostituire la facoltà lulliana perché forniscono informazioni sempre e comunque disponibili. Il pensiero, in primis il ragionamento in tutte le sue articolazioni logiche, può avvenire soltanto sulla base di elementi che fanno parte del bagaglio cognitivo del soggetto. In altre parole il ragionamento stringente si snoda se l'individuo possiede idee, nozioni, informazioni, immagini, esperienze e costrutti mentali depositati nelle diverse memorie. Un archivio esterno appartiene alla dimensione ontica delle cose non a quella ontologica che Kant riteneva organizzata nelle categorie logiche secondo i principi dello spazio-tempo ossia delle intuizioni a priori dell'intelletto. I BIG DATA pertanto non sono funzionali né all'identità della persona in quanto spersonalizzati né alla promozione del ragionamento in "sensu strictu" che richiede dati percettivi rielaborati in rappresentazioni. Ed è proprio la capacità razionale che consente di compiere scelte, fare confronti e correlazioni sulla base di conoscenze interne (anche parziali). Pertanto mi riconosco nell'articolo apparso sull'Espresso, scritto dal compianto Umberto Eco, che rivolgendosi al nipotino lo invita a mandare a memoria più informazioni possibili perché come lui afferma "La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota" http://espresso.repubblica.it/visioni/2014/01/03/news/umberto-eco-caro-nipote-studia-a-memoria-1.147715