Il voto e il bambino

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In quanto insegnanti, siamo chiamati a chiarire e far comprendere il senso profondo della valutazione. Di Adriana Molin
Voto numerico

È il caso di ritornare sul voto e sul senso che assume a scuola? Sicuramente sì perché, per la sua grammatica interna, concentra l’attenzione sul solo valore numerico oscurando il momento del un processo dinamico cui è riferito e mimetizzando il risultato del giudizio di merito espresso in base a criteri valutativi differenziati per ambito disciplinare e singolo docente.

Il voto, poiché indica la posizione dello studente sulla scala numerica adottata, smuove sentimenti di giustizia e/o ingiustizia negli studenti e nei genitori, scatenando talora idee ostili verso chi lo ha attribuito. Sorge allora spontanea la domanda sullo scopo della valutazione scolastica realizzata attraverso il numero: è forse classificare gli allievi in modo ordinale, senza riscontri oggettivi e forse non completo? “Ordinale” perché il numero mette in ordine di grandezza i risultati degli alunni ed è interpretato come quantità di cui si può calcolare anche la media, mentre è applicato a un prodotto di processi mentali complessi, ben difficili da misurare. “Senza riscontri oggettivi” perché i compiti sono decisi e valutati con criteri scelti dal docente e sono sostenuti in condizioni e tempi diversi. “Non completo” perché non è chiaro se questo modo di valutare assicuri il riconoscimento del pensiero divergente e di interessi non canonici. In ogni caso, è un fatto che il “numero” applicato al rendimento scolastico, nella sua semplicità, tende a offuscare tutte le variabili che giocano un ruolo rilevante nelle abilità accademiche, da quelle ambientali (cfr. OCSE Education at a glance, 2018) a quelle interne al soggetto. Ecco perché dovremmo essere ponderati nell’attribuzione del voto che stima un “prodotto” della mente ed è condizionato dalla situazione contingente e dalle reazioni soggettive del valutatore.

Una visione di miglioramento


È chiaro che il voto è sempre e solo riferito a quel compito, ma non è così per gli studenti più giovani e in condizione di fragilità. Nei primi anni di scuola, il compito per il bambino è il mezzo per chiedere all’adulto se sta imparando, se può essere fiducioso nelle sue capacità. È inevitabile che lui ragioni sui risultati ottenuti e generalizzi al Sé quanto gli accade giorno dopo giorno. Nella pratica quotidiana, quindi, dovremmo restituire agli alunni feedback sugli aspetti cognitivi relativi al compito e su quelli emotivo-motivazionali in una visione di miglioramento, facendo passare l’idea che il voto rappresenta un momento di passaggio, poiché abili si diventa e non si nasce. In quanto insegnanti, siamo chiamate/i a chiarire e far comprendere il senso profondo della valutazione che dovrebbe accendere il desiderio di andare oltre quel momento. Lo dovremmo fare con cura, in modo onesto, ricordando che anche al voto ci si abitua e, se questo confermasse sempre lo stesso giudizio, non servirebbe più allo scopo per cui è entrato in uso, che - se non erro - dovrebbe rappresentare un incentivo al miglioramento e non una punizione.

 

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