Con i genitori, per aiutare i bambini in difficoltà

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Non possiamo che guardare con empatia i turbamenti e le emozioni che prova il genitore quando comunichiamo le difficoltà del figlio. Di Adriana Molin
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Comunicare ai genitori che il figlio incontra difficoltà a scuola è sempre un atto che suscita reazioni di natura e intensità diverse. Non possiamo che guardare con empatia i turbamenti e le emozioni che prova il genitore quando diamo voce a “ il bambino impara a rilento…” e deve arrendersi all’evidenza dei risultati, sebbene possa già aver intuito e forse tema di sentire ciò che sa: “il bambino non impara…”. A ciò si aggiunge il nostro rammarico per una situazione di cui ci sentiamo responsabili poiché ogni insuccesso degli alunni riflette, in qualche modo, le nostre difficoltà a fronteggiare le criticità che s’incontrano nell’insegnamento.

È vero che alcuni genitori tendono a sopravvalutare o a sottovalutare le capacità stesse del bambino. Chi sopravvaluta minimizza o giustifica le difficoltà chiamando in causa la nostra ritrosia a valorizzare le caratteristiche del figlio, il quale renderebbe molto di più solo se fosse “compreso”, rischiando così di ignorare i reali bisogni del bambino. Chi invece sottovaluta, accetta lo scarso profitto e si accontenta di ciò che “il bambino fa” essendo convinto che “non si cava sangue dal muro!”, con il risultato di non riconoscere il bambino e le sue fatiche per una frequenza scolastica avara di soddisfazioni! Tali tendenze portano a negare gli sforzi che ogni bambino compie per adattarsi a richieste che spesso non lo aiutano a progredire, ma allargano il gap esistente. Inoltre, in modo implicito, promuovono l’idea che nulla si può fare e la “colpa” di ciò che accade al bambino è o degli altri, o della natura, se non del caso. Invece sono proprio i bambini che stentano ad apprendere quelli che chiedono con insistenza di essere aiutati!

La presa d’atto delle difficoltà del bambino è il punto di partenza per aiutare il genitore a riconoscere quello che il bambino ha già imparato in un certo ambito e fargli intuire ciò che potenzialmente potrebbe imparare, se adeguatamente supportato. Nei colloqui, non dobbiamo limitarci a dare consigli su tipi di compiti da svolgere, ma anche spiegare e mostrare come si guida il bambino nell’esecuzione di quei compiti che lo potranno aiutare nell’attenuazione delle difficoltà rilevate. Il meccanismo di “aiuto” prevede un “life coach”, cioè un adulto - anche il genitore stesso- che sappia stimolare i processi mentali necessari all’elaborazione del compito di apprendimento. Il “life coach” al bambino in difficoltà non dice “fa così o copia”, ma chiede “come potresti fare?” e lo segue nell’esplorazione spontanea del compito fino alla scoperta personale di come fare. Solo così si attua un circolo virtuoso in cui ogni piccolo passo avanti diventa significativo e promuove abilità, competenze e motivazione ad apprendere. Aiutare i genitori a imparare come aiutare i loro figli in difficoltà è un altro dei compiti della professionalità docente, una professione complessa e densa di impegni ma altrettanto ricca di soddisfazioni.

 

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