Come sono composte le nostre classi interculturali?

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Un genitore mi ha detto che "anche l’occhio vuole la sua parte". La buona riuscita di una classe, invece, dipende da fattori imprevedibili e da tante dinamiche che insegnanti e dirigenti hanno ben presenti. Di M. Concetta Messina

migrazione intercultura multiculturale razzismo

Il venerdì prima della ripresa delle lezioni, abbiamo affisso a scuola gli elenchi degli alunni delle nuove classi prime. Poco meno di un quarto d’ora dopo, nessuno è riuscito ad arginare la foga di una mamma che, piombata nel mio ufficio paonazza ed agitatissima, ha lamentato che in una delle nuove classi (ovviamente quella nella quale era stato inserito il figlio) erano stati concentrati “tutti gli stranieri”. Il nostro è un contesto geografico multietnico, dall’altissima percentuale di alunni stranieri, ma, ho risposto alla signora, noi consideriamo tali solo i bambini che non parlano ancora la nostra lingua: per loro abbiamo un occhio di riguardo, ed è loro che cerchiamo di distribuire equamente nelle classi. Ho quindi chiesto se fosse sicura che quegli stranieri a cui si riferiva non parlassero l’italiano. Lei ha risposto che ovviamente no, non lo sapeva: si era limitata a guardare i cognomi degli elenchi. -Sa,- ha bofonchiato lasciando indignata la stanza- anche l’occhio vuole la sua parte!

Passaggio di testimone

La formazione delle classi non è cosa facile. Ricordo che appena mi trasferii a Roma, la dirigente scolastica della scuola in cui approdai vietava espressamente ogni contatto con chi potesse dare informazioni sui nuovi alunni: i bambini cambiano, asseriva, e si rischia di essere influenzati da fuorvianti preconcetti. Quelle motivazioni non mi convincevano, e oggi, da dirigente scolastica, agisco in modo diametralmente opposto. L’obiettivo è quello di costituire gruppi quanto più equilibrati ed omogenei tra loro e per questo, nella mia scuola, è imprescindibile la raccolta dei dati conoscitivi sugli alunni, forniti dai docenti dei precedenti gradi di scuola. È come un passaggio di testimone, all’interno di una staffetta.
Ci si attiene, quindi, ad una serie di criteri che vanno dalla equa distribuzione di alunni con disturbi specifici, a quella degli alunni, appunto, con difficoltà linguistiche.

E anche l’occhio è accontentato

Si lavora in modo certosino e con grande scrupolosità a questo delicato compito, e sino alla fine si tentenna e si hanno dubbi; la buona riuscita di una classe, dipende infatti anche da fattori imprevedibili e da dinamiche che si palesano solo quando la classe prende effettivamente corpo.

Ma quando i giochi sono conclusi, ecco che ancora bisogna spiegare, a qualche genitore, che noi i cognomi degli alunni non li guardiamo neppure. E che quando finalmente entriamo nelle nuove prime e scopriamo che bambini di tutti i colori parlano ormai perfettamente la nostra lingua, beh, allora sì che l’occhio è accontentato. E assieme all’occhio, il cuore.


 

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