Spazi per stare bene a scuola

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Spazi per stare bene a scuola

Intervista a Mario Cucinella

Oggi si parla tanto di scuole “nuove”, ecosostenibili, a misura d’ambiente e di bambino. Abbiamo deciso di capire meglio e di saperne di più. Ecco un’intervista a Mario Cucinella, tra i maggiori architetti del panorama italiano ed europeo, esperto di architettura sostenibile e di progettazione partecipata. 

La scuola di Guastalla. Foto di Moreno Maggi.

La scuola di Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, realizzata in progettazione partecipata dallo studio Cucinella. Questa e tutte le foto a corredo dell'articolo sono di Moreno Maggi. L'intervista sulle fasi del progetto è disponibile qui.

Gran parte del suo lavoro e del suo pensiero è dedicato al legame tra architettura e sostenibilità. Di che cosa parliamo, oggi, quando parliamo di architettura sostenibile?

L’architettura sostenibile a mio modo di vedere si regge su due pilastri. Uno è squisitamente prestazionale, tecnico: un’architettura sostenibile consuma poca energia, la produce invece di consumarla (raccoglie l’acqua piovana), sceglie con cura i materiali. Un edificio progettato secondo questi criteri istaura una relazione con l’ambiente che ha intorno, per questo ha un impatto zero anche nell’uso dei materiali. L’altro aspetto della sostenibilità in architettura è più “emotivo”: occorre costruire edifici “belli”, tenendo conto del fatto che il concetto di bellezza è da sempre in evoluzione, e che oggi più che mai chiede sguardi e attenzioni nuovi rispetto al passato. Infatti in un edificio sostenibile il concetto di bellezza non va associato al mero valore estetico. L’edificio dovrebbe dispiegare davanti ai nostri occhi una bellezza che riconosciamo ed apprezziamo proprio perché l’edificio è attento all’ambiente. Dunque l’architettura sostenibile interpreta un’evoluzione del concetto di bellezza, lo ricostruisce nel suo legame con le prestazioni tecniche. A mio modo di vedere è questa la strada giusta per l’oggi e per il futuro. Associare gli aspetti di sostenibilità tecnica alla bellezza è, tra l’altro, un modo per sottolineare il valore degli edifici che hanno queste particolari attenzioni. Serve a mostrare concretamente un fatto: sono più belli e funzionano meglio.

Il suo studio ha realizzato molti progetti di scuole, per esempio a Guastalla, dopo il terremonto. Quali dovrebbero essere secondo lei le caratteristiche di una scuola a misura d'ambiente e di bambino?

Anche in questo caso secondo me ci sono due aspetti irrinunciabili: uno è la sicurezza ambientale, cioè la possibilità di andare a scuola, portare i propri figli a scuola pensando di condurli in un ambiente privo di contaminazioni e rischi. Pensiamo alla scuola dell’infanzia: qui non solo ai bambini capita più spesso di leccare superfici verniciate oppure di toccare oggetti e superfici per poi mettere le mani in bocca (motivo per il quale la sicurezza dei materiali è alla base della loro incolumità). Nella scuola dell’infanzia i bambini sono anche invitati a manipolare oggetti, a esplorare gli spazi interni ed esterni ponendo buone regole per abitarli, da soli e in gruppo: dunque i materiali debbono essere sicuri anche per consentire alcune pratiche educative di fondamentale importanza. La seconda caratteristica irrinunciabile per una scuola a misura d’ambiente di bambino è la sicurezza sismica: un valore che naturalmente deve esser tenuto presente nella progettazione di tutti gli spazi pubblici, e che però è ancor più essenziale perseguire nella progettazione della scuola, luogo per eccellenza dell’accoglienza sicura e della fiducia per tutti gli attori che lo abitano (genitori, insegnanti, alunni). Sicurezza ambientale e sicurezza sismica non possono essere messe in discussione e non possono essere oggetto di nessuna negoziazione, a mio modo di vedere. Poi ritengo che la scuola debba essere anche qualcosa che si fa “con gli altri”. Io, per dire, disegno scuole, ma non le disegno per me, le progetto perché poi le abitino gli altri. Dunque il tema dell’ascolto è essenziale per un architetto che vuol creare edifici scolastici sostenibili: gli insegnanti, i pedagogisti hanno molti saperi da consegnare, ma anche i bambini hanno una visione...

Entriamo così nel tema, a lei caro, della progettazione partecipata e dell’“empatia creativa” che questo modo di lavorare consente di sperimentare agli architetti. Vuole raccontare qualcosa su questo argomento ai nostri lettori?

Certamente. Mi fa piacere partire da un esempio: negli ultimi tempi con il mio studio abbiamo fatto un percorso di progettazione partecipata con Action Aid a Pacentro, in Abruzzo: i bambini qui avevano un’idea molto chiara sulla luce che avrebbero desiderato: “Facciamo una scuola con la luce viene dall’alto, dal tetto”, hanno detto, e mi è sembrata una bella idea. Quel che va tenuto sempre in considerazione, quando si fa progettazione partecipata, è che i bambini hanno un rapporto con l’ambiente molto forte, e nei primi anni questo rapporto è più inteso di quello che imbastiscono con le singole macchine e con le singole cose. Quindi la scuola che mi piacerebbe ancora fare e che credo risponda alle visioni di bambini che ho incontrato in questi anni è una scuola sempre più legata all’ambiente, al ciclo della natura. Del resto, la natura che è dentro la scuola o che si vede dentro alla scuola è anche un orologio: indica le stagioni, i ritmi del crescere e dell’appassire... i bambini istaurano quasi spontaneamente con l’ambiente un rapporto educativo. Chi disegna e progetta le scuole deve saperli ascoltare.

Accanto alla necessità dell’ascolto, c’è quella di “fare la propria parte”, di esercitare ciascuno la propria professionalità. Quando noi architetti iniziamo a progettare una scuola, siamo chiamati ad accogliere le richieste di bambini, insegnanti, genitori e trasformarle in spazi. Questo può avvenire solo attivando con scrupolo e creatività i saperi della nostra professione che ci consentono di tradurre bisogni e desideri in forme concrete di soddisfazione e di realtà. Dunque per prima cosa c’è l’ascolto, ma dopo l’ascolto si apre per chi progetta un grande momento creativo, in cui comincia a pensare a come mettere insieme tutti i suggerimenti per creare uno spazio in cui genitori, bambini e insegnanti si ritrovano, stanno bene. Così, attraverso l’ascolto e l’empatia creativa, ogni volta disegniamo una scuola nuova, e ogni volta la scuola è anzitutto un luogo in cui le comunità si incontrano. Aggiungo una considerazione, per finire: sono anzitutto i bambini a creare comunità. Nella loro libertà, nel loro vedere il mondo senza pregiudizi, sono un grande motore per tenere insieme le famiglie di culture e Paesi diversi. La scuola che li accoglie è anche per questo un posto molto importante: non va pensata solo come luogo dell’istruzione che comincia alle otto e finisce all’una. Può e sempre più deve essere, secondo me, uno spazio in cui le famiglie, i bambini, gli insegnanti si incontrano, si conoscono e si riconoscono reciprocamente.

Per saperne di più

[intervista a cura di E. Frontaloni]

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