Maestre sotto il fascismo

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Storie di insegnanti di scuola elementare sotto il fascismo. Ce le racconta Cinzia Pandolfi, autrice di una ricerca presso l'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Archivio diaristico nazionale

Storia e biografia

Dall’Unità d’Italia in poi, la figura dell’insegnante si lega strettamente al processo di emancipazione femminile. La carriera magistrale infatti era una delle poche che godeva di approvazione sociale e che permetteva alle ragazze di distaccarsi dal nucleo familiare, avere una piccola indipendenza economica, sebbene con non pochi sacrifici. Ma se “in relazione all’Ottocento esiste una discreta letteratura che rievoca le difficili condizioni professionali e i drammi privati che hanno riempito le cronache dei periodici e le pagine del periodo, le cui protagoniste erano giovani insegnanti, con il Novecento tale letteratura si assottiglia fin quasi a dissolversi˝ (Nocentini, 2014). A partire da questa suggestione, ho pensato di concentrare il mio lavoro di tesi sulla storia delle maestre in epoca fascista.
Il primo motivo è quello scritto sopra: il vasto pubblico non ha disposizione molti documenti che testimoniano le condizioni private e professionali del corpo docente dell’epoca. Il secondo, non meno importante, è che le donne furono le protagoniste della scuola fascista (nonostante la volontà di Mussolini di virilizzare la scuola, l’annuario statistico italiano riporta che il corpo docente elementare, per tutta la durata del governo fascista, fu composto per l’80% da donne). Per finire, la scuola fascista è stata studiata dal punto di vista politico e giuridico (programmi, circolari, propaganda), ma scarseggiano studi che la descrivono dal punto di vista delle persone che la hanno vissuta. Se “il significato umano delle questioni pubbliche deve essere rilevato collegandole alle difficoltà personali e ai problemi della vita individuale” (Merril e West, 2012), per capire qualcosa di più della scuola fascista è bene andare a guardare anche le storie di chi l’ha fatta, o l’ha subita.

7000 storie di vita

Esiste un luogo che custodisce più di 7000 storie di vita, l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Qui si trovano autobiografie, diari e memorie di donne che hanno svolto la professione di insegnante della scuola “elementare” durante il fascismo. Per la mia ricerca sono partita da questi documenti. Dalla lettura, ho potuto delineare profili di giovani determinate a raggiungere la propria indipendenza. La carriera magistrale era l’unica che poteva offrire loro un lavoro sicuro, se pur misero. Erano mosse da passione verso l’insegnamento ma venivano formate in nome della filosofia, come Gentile aveva stabilito, arrivando a scuola sprovviste di competenze necessarie a gestire una classe. L’euforia iniziale svaniva quando realizzavano di dover andare lontano da casa, sole, spesso in luoghi in cui si parlava un dialetto a loro sconosciuto. In questi contesti l’insegnamento diventata una missione umanitaria, più di assistenza che di educazione. Erano viste dai paesani come delle poco di buono (sole e troppe vogliose di emanciparsi). Molte di loro vivevano in case in affitto fatiscenti. Arrotondavano il magro stipendio con ripetizioni e lavori presso il Partito Nazional Fascista. Le maestre delle zone rurali soffrivano un grande isolamento: “stipendi da fame, senza possibilità di viaggiare, in luoghi in cui mancava un libraio, dove non giungono riviste, dove tutto è ostile alla vita dello spirito, quel poco che il maestro sapeva ( che era tanto tanto poco) sbiadisce e dilegua” (Di Pol, 2002).

Didattica e motivazione

Non è questa la sede per una descrizione dettagliata su come avvenivano le lezioni, ma risulta esserci una connessione tra il contesto storico in cui le insegnanti sono cresciute e la didattica in aula. Chi è nato prima dell’avvento del fascismo sembra tendere ad una didattica più attiva e ludica rispetto a chi invece è stato investito dal “vento fascista”. Leggendo le testimonianze in archivio si può affermare che le aspiranti maestre, più che di grande preparazione culturale, erano dotate di grande determinazione e voglia di arrivare. Il 40% delle autrici interrogate descrive gli anni dell’infanzia, da questi si ricava un dato significativo: la forte motivazione che le ha spinte ad intraprendere la professione magistrale, che già in età puerile le sottoponeva a battaglie e stress.

Tre storie

Riporto qui sotto 3 storie, che sono una rielaborazione di alcune testimonianze lette in Archivio (i nomi sono inventati).

Una bambina determinata, una maestra coraggiosa

Siamo all’inizio del 1900, nel Sud Italia, una bambina frequenta la scuola del primo ciclo d’istruzione ed è molto brava. Le piace studiare e aiutare i compagni. Alla fine della lezione è solita avvicinarsi alla lavagna con uno sgabello per riuscire a scrivere con il gesso e rispiegare i concetti non capiti agli amici che la ascoltano interessati. In cuor suo sa di voler diventare una maestra, ma ha paura a dirlo ai suoi genitori. All’epoca solo i figli maschi avevano il privilegio di studiare e lei sa che suo padre non sarebbe stato d’accordo nel farle proseguire gli studi. Arrivata alla fine della scuola elementare confida a madre e padre il suo sogno e discute molto con loro. Intanto è iniziata la prima guerra mondiale e la bambina si ammala, ha l’influenza spagnola e la sua vita è in pericolo. I suoi genitori, nel timore di perderla per sempre, le promettono che se fosse tornata a stare bene le avrebbero permesso di continuare a studiare per diventare un’insegnante. Per fortuna o per grande spirito combattivo si riprende dalla malattia. Frequenta la scuola normale (possiamo definirla come l’odierna scuola secondaria di secondo grado) in una città lontano da casa. A soli 14 anni di giorno va a scuola, il pomeriggio lavora per pagarsi l’affitto e la sera studia finché la luce della candela non si spenge. Con grandi sacrifici consegue l’abilitazione all’insegnamento. È felicissima e non vede l’ora di fare la prima supplenza. Riceve la prima chiamata in una scuola di campagna del Nord Italia. La prima di tante. La scuola è accanto all’ingresso di una stalla di mucche. È una stanza di pochi metri con una piccola finestrina. È una scuola diversa da quella che immaginava ma questo non la scoraggia. Instaura da subito una relazione positiva con i suoi allievi, utilizza il gioco come metodologia privilegiata di insegnamento e per sopperire alla mancanza di materiali utilizza la natura: foglie, sassi, frutta, animali. Incarica il portalettere di trovare per la scuola libri o riviste adatte ai bambini. Nelle sue esperienze scolastiche dimostra di essere un’insegnante che precorre i tempi, attuando una didattica di mutuo soccorso, di peer tutoring, dimostrando spirito d’iniziativa e coraggio: protestò dall’ispettore per chiedere che la sua classe di 58 alunni fosse divisa in 3 gruppi, denunciò un maestro che maltrattava le alunne, riuscì a vincere le avance del direttore didattico. Sempre all’interno della scuola trovò l’amore della sua vita, un ispettore scolastico che si innamorò delle sue buone pratiche d’insegnamento e dei diari in cui preparava le sue lezioni. Continuò ad insegnare con grande passione fino all’età della pensione.

Una maestra italiana in Istria

Questa è la storia di un’insegnante nata nei primi anni del Ventennio fascista a Napoli. Dopo lunghi anni di sacrifici per portare avanti lo studio presso l’istituto magistrale finalmente ottiene il suo primo incarico da maestra. La cattedra che la aspetta si trova nel comune di Gallignana, a 1000 km da casa, nella regione istriana. Dopo un lungo viaggio, ad attenderla trova le autorità del paese che le mostrano la scuola e la casa dove avrebbe potuto alloggiare in affitto. La scuola era un edificio dismesso e il primo giorno ad aspettarla c’era un aula affollata di bambini di età diverse di cui non riusciva a comprendere nemmeno una parola. Parlavano tedesco. Superare i pregiudizi e la diffidenza degli abitanti non fu semplice. Solo il tempo e la sua attività a scuola le permisero di conquistare la fiducia dei genitori e della comunità, che poi iniziò a stimarla. Nonostante ciò la maestra soffrì una gran solitudine. Nel paese non c’erano dottori ne farmacie, quando si ammalava restava sola a casa, nel suo letto, aspettando che le condizioni fisiche migliorassero. Solo una famiglia, con la quale aveva stretto un solido rapporto, si prendeva cura di lei. In questo contesto così difficile si accorge di essere seguita, sorvegliata, solo più tardi capirà di essere protetta. I carabinieri venivano a farle visita in aula, a chiederle se tutto andasse bene, la seguivano da lontano mentre andava a ritirare lo stipendio, si offrivano di farle la spesa, controllavano ogni suo spostamento. Verso la fine dell’anno scolastico le visite aumentarono: commissari, brigadieri, marescialli si preoccupavano di lei. Capì che stava accadendo qualcosa, ma tutti tacevano. Chiamò in provveditorato per chiedere informazioni ma le fu detto che non c’era da preoccuparsi e che era al sicuro. A Maggio alcuni genitori le rivelarono che in paese si stavano preparando le liste nere per gli italiani da deportare in Iugoslavia, maestre comprese. La esortarono a fuggire al più presto. Iniziò ad avere paura, prese contatti con le colleghe che si trovavano nella sua stessa situazione, organizzarono il viaggio di ritorno a casa al termine dall’anno scolastico, il 30 Giugno 1943. Il dispiacere di lasciare quel luogo ormai diventato caro fu molto; se i genitori non l’avessero avvertita non avrebbe mai sospettato dell’odio che fermentava in paese.

Tra scuola e famiglia

Le insegnanti non erano reputate signorine consigliabili da sposare, impegnate con la scuola avrebbero avuto difficoltà a gestire la famiglia e i numerosi spostamenti avrebbero loro complicato le relazioni. Se ancora oggi è difficile riuscire a gestire famiglia e lavoro molto di più lo era per l’epoca. C’erano però donne determinate nel continuare la propria professione e prendersi cura della famiglia.
Fiorenza aveva sempre voluto diventare un’insegnante, e dopo aver combattuto contro i suoi genitori per conseguire l’abilitazione era diventata maestra. Al termine degli studi però si era sposata, e aveva abbandonato la possibilità di insegnare per seguire la famiglia. Diciotto anni dopo si presenta l’opportunità di lavorare in una scuola vicina, così tiene la sua prima lezione. A casa la aspettano un marito e due figli che riesce a gestire alzandosi un po’ prima la mattina e con il supporto della domestica. Per aspirare al posto fisso quell’estate lavorò nelle colonie, non veniva retribuita ma avrebbe aumentato il punteggio in graduatoria. Con sé aveva portato i figli, lei era vigilatrice e loro inseriti all’interno degli squadroni. Era l’unica sposata tra tutto il personale presente. Suo marito non fu molto contento di avere tutta la famiglia fuori casa quell’estate e l’anno successivo le proibì di tornare. A settembre arrivò un’altra supplenza, stavolta a 16 km da casa. Raggiungere la scuola non era semplice: sveglia alle quattro e trenta del mattino per preparare la colazione a tutti, cinque e quaranta tram vicino casa per raggiungere una seconda coincidenza che la portava alla stazione delle corriere, da lì prendeva l’autobus per il paesello in cui era la scuola. Nonostante la difficoltà di essere maestra moglie e madre contemporaneamente Fiorenza esprime la sua felicità e la sua realizzazione nell’essere riuscita finalmente a raggiungere il sogno di una vita. La sua carriera di insegnante però fu breve: nel 1940, ottenuta la seconda nomina, dovette abbandonare solo dopo quattro mesi a causa di grossi problemi con il figlio. 

BIBLIOGRAFIA

- Nocentini G. (A cura di), Con l'aiuto della signorina maestra. Elena Salvestrini e la scuola di Ponte Sestaione, Cutigliano (1926-1930), Firenze, Edizioni dell’Assemblea, 2014.
- Merril B., West L., Metodi biografici per la ricerca sociale, Milano, APOGEO, 2012.
- Di Pol R.S., Scuola e popolo nel riformismo liberale d’inizio secolo, Torino, Marco Valerio, 2002.
- Coppelli M., Le ali del cuculo, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1999.

TESTIMONIANZE AUTOBIOGRAFICHE ANALIZZATE

- Barrella A., Una maestra racconta, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1990-1992.
- Botta T., La mia autobiografia, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1999.
- Cipriani L., Mi trovo a Roma, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1943-1945.
- Marchessotti E., La mia guerra, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1990.
- Milone M., C’era una volta una maestra, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1985-1997.
- Nepote R., Carote e fior di bacchettate, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1992-1993.
- Ormato V., Ritrovarsi per capire, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1992.
- Paolucci V., La storia di nonna Vittoria, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1984.
- Ricci G., Cronache familiari della 2^ guerra mondiale, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1990.
- Rodope E., Eccellenza, Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, 1940-1942.

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