Cara adozione, così diversa. Intervista a Lucia Tumiati

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Dalla vita alla scrittura, passando per la fantasia. Un ritratto di Lucia Tumiati e dei suoi libri maggiori; di seguito, un'intervista.

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La storia

A sei anni scoprì che cosa voleva dire essere "diversa": il padre, il medico scrittore Corrado Tumiati, antifascista, ebbe seri problemi col regime. Nel ’39 scoprì che cosa voleva dire essere di madre ebrea e subire le conseguenze delle leggi razziali. Una coscienza precoce della vita in tutta la sua drammaticità, ma anche una sofferta percezione di quello che significa essere (considerati) diversi.

Lucia Tumiati è una scrittrice schiva, di poche parole: è una fra le maggiori autrici che hanno fatto la letteratura per ragazzi dal secondo dopoguerra a oggi. Classe 1926, ha sempre adottato per se stessa e per la sua scrittura la parola libertà (è stata – per questo – staffetta partigiana). La sua è una narrazione sempre in dialogo con il mondo, interlocutoria. Fa presa sui bambini perché non ha effetti speciali, sa suscitare l’attenzione per l’incalzante ritmo narrativo e i temi, i più vari, fanno sempre riflettere sull’attualità e non solo. Lontana dalle mode.

Saltafrontiera  (1961) è il libro che nel dopoguerra l’ha imposta all’attenzione dei giovani lettori, ma è anche il bestseller più volte ristampato dalla casa editrice Giunti, che ha in catalogo la maggior parte dei suoi libri. In due volumi, in particolare, ha trattato il tema, assai difficile e delicato, dell’adozione: Cara, piccola Huè (1987) e Vorrei volare sulla neve (2008). Nel primo un bambino si rivolge alla sorellina, la piccola Huè, che viene dall’Oriente, confessando le proprie aspettative, curiosità e paure.  Nel secondo Sergio (in realtà Sergej) ha già una mamma e un papà italiani adottivi, ma non ha altri parenti e allora scrive a una nonna desiderata per raccontare le sensazioni subcoscienti della propria diversità, fino a scoprire, non senza dolore, una lingua, un’infanzia lontana e perduta. Ma c’è sempre un rimedio.

Paolo Fabrizio Iacuzzi: 15 Settembre 2011 Intercultura e convivenza civile

L'intervista

Che cosa l’ha spinta a prestare tanta attenzione ai bambini adottati?

Sono nata da genitori antifascisti e da madre ebrea. Questa è stata la molla che ha condizionato la mia vita e la mia scrittura. A legare questi due libri c’è il filo dell’adozione. Anche se ho due figli ho sempre desiderato averne di adottati. La storia sarebbe lunga. Ma il desiderio di fare qualcosa – nel mio piccolo – a favore dell’infanzia che soffre per mille ragioni, dalle catastrofi alle guerre, ma anche per altri motivi, mi ha spinto a scrivere. Scrivere per divertire, ma anche per prevenire la sofferenza, per esempio, dell’essere (considerati) diversi. Ieri per me e per milioni di altri bambini c’era la mamma ebrea, oggi ci può essere la mamma nera o filippina, ma ci può essere l’handicap, la solitudine, la povertà ecc. Il dramma è sempre lo stesso: essere rifiutati. Quando facevo la prima elementare, a scuola bisognava andare il sabato con la divisa da"piccola italiana" che in casa mia si rifiutavano di comperarmi.  Io, non sapendo niente del mondo, insistevo per averla. Alla centesima richiesta mia madre mi prese da parte e mi disse: "Va bene, tu vuoi la divisa, però ricordati che chi vuole farti mettere la divisa ha lasciato bastonato per strada lo zio Sandro… quindi quando avrai la divisa ricordati di questo…".  Io l’ebbi, la divisa, ma da allora la mia vita non fu più la stessa. Ero diversa da tutti gli altri miei compagni di scuola.

Quale esperienza è alla base della narrazione di Cara, piccola Huè?

La guerra del Vietnam mi aveva molto coinvolto. Quando finì, come scelta politica e di impegno d’amore riuscii a far consegnare la mia domanda di adottare un bimbo al Governo del Vietnam del Nord. Conservo ancora la bella lettera con la quale mi ringraziavano ma mi dicevano che dei loro bambini il Paese aveva grande bisogno, e non se ne privavano. Per questo ho scritto Cara, piccola Huè, dedicato a quella bimba che non ho avuto ma che amo ugualmente.

Questo libro è diventato negli anni un punto di riferimento, tanto da essere citato in ogni bibliografia sull’adozione. I genitori e i maestri che vogliono affrontare questa problematica fanno sempre leggere questo suo libro…

Mi fa piacere e sono orgogliosa del calore che i lettori ancora riservano a questo libro, al quale sono molto affezionata. Quella bambina che fuggiva dalla guerra, dalle bombe, dai boschi incendiati, io l’avevo ben presente e ho cercato di farla crescere, di proteggerla, di farla sorridere di nuovo, attraverso l’affetto del fratello.

Quando con Vorrei volare sulla neve è ritornata sul tema dell’adozione, l’ha visto da una prospettiva diversa. Che cosa è cambiato in lei?

In me sono cambiate molte cose… non però i miei ideali. La piccola Huè era una bambina appena uscita dalla guerra. Mentre il bambino russo che scrive alla nonna non ha guerre alle spalle, ma sensazioni indecifrabili di un mondo perduto. Sono stata in Russia, amo quel popolo, quegli spazi immensi, quel silenzio, quei boschi, quei fiumi, quella neve.
Mi piaceva che ci fosse un bambino che veniva da lì. Il protagonista, a un certo punto, subisce un trauma: la scoperta di essere stato adottato… La scoperta di non essere come si è creduto di essere è sempre un trauma. Scopri che ti sfugge qualcosa, non sai che cos’è, ma ti appartiene. Desideri qualcosa ma è come afferrare una nuvola. Quando lo scopri (e prima lo scopri meglio è) soffri, ma puoi anche essere felice, se attorno hai gente che ama te e il Paese da cui sei venuto.

da "La Vita Scolastica", n. 18, 2009

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