Il gioco, i bambini, la città

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“La nuova agorà dei bambini di oggi è il computer, cortili e prati sono il passato non il futuro”, afferma qualcuno. Ma che cosa ne pensano veramente i bambini? E che cosa dice al proposito la ricerca neurofisiologica? Anna Oliverio Ferraris ci spiega perché i giochi di movimento all'aperto, così come le aree verdi liberate dal traffico e dallo smog, non sono il passato ma il futuro dell’educazione. 

I bambini sperimentano giochi di altre culture

Liberi di giocare

Tempo fa ero in una scuola primaria per un incontro con i genitori. Prima di iniziare, un gruppetto di alunni di quarta e quinta presentò delle richieste rivolte ai genitori emerse da un sondaggio tra tutti i bambini della scuola. Una delle richieste era così formulata: “evitare di programmare in ogni dettaglio le giornate dei figli, in particolare il cosiddetto tempo libero perché quando le giornate sono troppo piene non c’è più tempo per giocare insieme”. Questa richiesta suscitò varie reazioni tra i genitori presenti e qualcuno arrivò a dire che “la nuova agorà dei bambini di oggi è il computer, cortili e prati sono il passato non il futuro”.

Come rispondere a questa obiezione, nonostante la richiesta esplicita dei bambini? Una risposta la fornisce uno studio americano condotto con metodo longitudinale che ha esaminato i dati raccolti nell’arco di trent’anni (da vari ricercatori e in diversi luoghi) da cui è emerso che gli adolescenti che nell’infanzia hanno giocato molto, all’aperto spontaneamente, sono, in media, meno ansiosi e depressi, più intraprendenti e sereni dei loro coetanei che hanno giocato poco e trascorso molto tempo davanti alla tv. Gli adolescenti che da bambini hanno avuto modo di giocare – muovendosi inventando e socializzando – sanno anche creare le condizioni per divertirsi senza dover ricorrere all’alcol o alle droghe per provare piacere o relazionarsi con gli altri.
La ragione di questo divario – spiega Peter Gray, autore dello studio – è insita nella natura stessa del gioco infantile: una attività complessa e multiforme che origina dal bambino e che risponde alle esigenze della crescita. I classici giochi di movimento all’aperto stimolano il metabolismo e la crescita della corteccia cerebrale. Giocando i bambini acquisiscono abilità fisiche e sociali che generano sicurezza, imparano ad affrontare gli imprevisti, a gestire la paura, ad esercitare l’autocontrollo. Si sentono liberi e felici, il che si traduce in una forma di benessere e di fiducia in sé stessi. I bambini cosiddetti iperattivi riescono a concentrarsi nei compiti scolastici dopo avere giocato intensamente all’aperto per un paio d’ore. Anche la ricreazione movimentata ha effetti analoghi.

I bisogni della crescita

D’altronde, se i cuccioli di tutte le specie di mammiferi giocano, un motivo ci deve essere: il motivo è che Madre Natura ha dato questa possibilità ai suoi piccoli per consentire loro di imparare una infinità di cose in modo lieve, divertendosi, lontano dai pericoli del mondo degli adulti. Gli studi di neurofisiologia hanno evidenziato come lo sviluppo del gioco vada di pari passo con lo sviluppo cerebrale toccando il culmine nella fase che precede l’adolescenza. Nella fanciullezza si formano un gran numero di contatti sinaptici tra neuroni e il cervello “prende forma”: il gioco attivo, di movimento e sociale fa aumentare notevolmente una proteina che è una spia della stimolazione della crescita delle cellule nervose, la proteina c-FOS.

I giochi hanno molti risvolti che possono soddisfare le esigenze e i bisogni della crescita, anche se non sempre riflettiamo sul loro significato. Prendiamo i giochi simbolici, del “far finta”: essi consentono di esplorare situazioni e realtà che altrimenti sarebbero inavvicinabili. I giochi lotta insegnano invece a tenere sotto controllo l’aggressività, a conoscere il proprio corpo e quello altrui, a fermarsi prima di far male. Gli inseguimenti sono fatti più per correre e per acciuffarsi che per vincere: si invertono i ruoli e chi insegue vuole poi essere inseguito. La tana è un altro gioco dai significati non immediatamente evidenti: c’è un dentro e un fuori, un confine tra il mondo esterno e il mondo interiore, tra il sociale e l’individuale, ci sono dei momenti in cui è bello stare insieme e altri in cui si avverte l’esigenza di ritirarsi per coltivare la propria dimensione privata, da soli o con i propri amici.

Una questione (anche) di spazi

Bisogna però che ci siano spazi in cui poter giocare. Nel nostro, come in altri Paesi, molti spazi in cui i bambini si incontravano sono scomparsi e interi quartieri sono stati costruiti senza pianificare aree per i giochi, per la socializzazione degli abitanti, per il relax di grandi e piccoli. La buona notizia, tuttavia, è che ci sono in Europa, come in altri continenti, iniziative che promuovono la ristrutturazione delle aree urbane, quartiere per quartiere, al fine di aumentarne il livello di vivibilità e di “sostenibilità”. Alcune città europee si sono già rinnovate (Stoccolma, Amburgo, Vitoria-Gasteiz, Nantes, Copenaghen, Bristol) con vantaggi notevoli per i cittadini, altre stanno seguendo il loro esempio (Parigi, Zurigo, Torino, Bolzano ecc.), il che sta a dimostrare che i giochi di movimento, così come le aree verdi liberate dal traffico e dallo smog, non sono il passato ma il futuro.

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