Filo diretto con Mario Lodi

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Dal 1999 al 2008, Mario Lodi tiene su “La Vita Scolastica” una rubrica di corrispondenze dal titolo “Filo diretto”. Il gioco è uno dei temi più ricorrenti. Ecco una scelta delle lettere scambiate tra il maestro e i bambini.

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Mario Lodi

Giocattoli animati

Il mio giocattolo preferito è il Lego Jack Stone, me lo hanno regalato i miei genitori e io lo faccio giocare alla polizia. Io metto un omino nella pista delle macchinine, sulla curva, e faccio andare la macchina. Io questi omini li faccio giocare alla polizia: una macchina solleva le cose, l'altra macchina è del Capo della polizia, poi ci sono un elicottero e un altro poliziotto. Io vorrei avere anche il Lego della polizia, con il carcere e la centrale di polizia. Io tutte le volte che gioco con gli omini li faccio parlare sempre. Per me i giocattoli sono come uomini, assomigliano a noi, e li fai parlare.
Stefano

Caro Stefano, non ho capito molto com'è il tuo gioco degli omini parlanti, ma ho capito che i bambini possono fare agire e parlare giocattoli come se fossero vivi. La conosci la storia dei giocattoli parlanti? L'ha inventata Giorgia, una bambina di Verona, e te la voglio raccontare.
C'era una volta una principessa bambina che aveva tanti giocattoli ma era triste perché erano muti. Allora li buttò in un cassettone e guardò la tv. Una sera, a letto, mentre stringeva il suo orsetto di peluche, gli disse: “Tu sei buono ma non parli. Perché?”. L'orsetto aprì la bocca e le disse: “Se giochi io ti parlo. Tutti i giocattoli parlano!”. “Ma i miei no”, disse lei. “Hai provato a giocare con loro invece di stare sempre davanti alla tv? Prova e vedrai”. La bambina cominciò a giocare con loro: era vero, i giocattoli parlavano, ridevano, rispondevano alle sue domande. La bambina principessa ora era felice e lo disse a tutti. E si sparse la voce dei giocattoli parlanti. 
Un fabbricante di giocattoli pensò di rubarglieli per vedere com'erano fatti e costruirli per venderli e diventare ricco. E lo fece. Di notte entrò nel castello, glieli rubò e li nascose in una grotta. Poi ordinò ai giocattoli di parlare, ma nessuno parlava. Li minacciò: “Se non parlate vi chiudo in prigione!”. Ma nessuno parlò. Allora pensò che quella bambina era bugiarda e li abbandonò nella grotta. La bambina e l'orsetto andarono a cercarli, li trovarono, li portarono a casa e cominciarono a giocare e a parlare con loro. La gente veniva a vedere i giocattoli magici. L'orsetto diceva a tutti: “Quando i bambini giocano con loro, tutti i giocattoli parlano”. Ma la gente non lo sapeva, credeva che fossero magici. 
[“La Vita Scolastica”, 4, 2002]

Il microscopio

Il mio giocattolo preferito è il microscopio, che funziona così: metti i vetrini sotto la lente, e ti appare nello schermo immediatamente la zampa di un insetto. Poi ho esaminato le uova di un gamberetto, però ho visto che non crescono. Poi abbiamo osservato un capello, ingrandito ottanta volte.
Lorenzo

Io sempre tenuto in tasca, fin da bambino, una piccola lente a forte ingrandimento. Ce l'ho ancora, la tengo sul mio tavolo e la uso per osservare piccole cose. Quando insegnavo avevo a scuola un vero microscopio con tre lenti che ingrandivano fino a 600 volte. I bambini potevano vedere i saccaromiceti al lavoro mentre trasformavano il mosto in vino, oppure i microscopici abitanti di una gocciolina d'acqua. Era un mondo sconosciuto che meravigliava i bambini e... anche me. Abituati alle grosse cose del mondo materiale ci dimentichiamo degli esseri invisibili che trasformano la materia e aiutano la natura a riciclare i suoi rifiuti. 
[“La Vita Scolastica”, 4, 2002] 

La guerra degli scacchi

Ho dieci anni e pratico il karatè. Sono cintura verde al quinto grado, per arrivare a cintura nera mi mancano tre gradi. Finito karatè non se fare aikido (che si pratica con le spade) o nuoto. Sai, io aspiro a diventare un grande scienziato. Mario, tu sai giocare a scacchi? Io sì, benino. Raccontami un po' di te. Distinti saluti.
Gillian

Caro Gillian, di tutte le cose che mi hai detto, ce n'è una che mi ricorda lunghe ore di gioco nei pomeriggi estivi, sotto il portico fresco del cortile: il gioco degli scacchi, che è l'unica guerra che approvo.
Mi piace perché più che tendere alla distruzione dell'avversario, si usa l'astuzia combinando insieme le mosse dei cavalli, delle torri, degli alfieri al fine di immobilizzare il re e obbligarlo alla resa. È un gioco d'intelligenza. Se capiterà un giorno di stare i compagnia, faremo una “battaglia” cavalleresca, senza spari, bombe e morti.
[“La Vita Scolastica”, 7, 2002]

Sotto le stelle 

Caro Mario, il gioco che mi piace di più con i miei amici è nascondino, sopratutto di sera, in estate. Il gioco inizia così: un bambino a occhi chiusi conta fino a venti, e gli altri bambini debbono stare tutti nascosti. Mi piace perché si corre e si sta fuori all'aria aperta.
Diego

Il gioco a nascondino, di sera, mi ricorda le serate estive quando ero bambino. Giocavamo in un grande cortile buio, con portici, angoli, magazzini, balle di fieno, dove era facile nascondersi. Una sera mi nascosi dietro il fieno e aspettavo che qualcuno venisse avanti per prendermi. Ma nessuno si era accorto di me. In quel silenzio, alzai gli occhi e vidi una cosa meravigliosa: il cielo sopra il cortile era immenso, pieno di stelle. In quel momento ho capito come siamo siamo piccoli di fronte all'universo. Quando il bambino si accorse dove ero venne per catturarmi e io non fuggii: gli indicai il cielo e gli dissi: guarda che bello. Ma lui non lo guardò. Quella sera non giocai più, volevo sapere tante cose sulle stelle volevo contarle ma erano infinite.
Ancora oggi, davanti al cielo stellato, provo una forte emozione, vorrei sapere se in qualche angolo dello spazio ci sono esseri viventi. Mi piacerebbe sapere che non siamo soli nell'universo. Quando lo dissi a mio padre, mi rispose che un giorno mi avrebbe portato a vedere il cielo che si muove. E un giorno mi accompagnò in treno a milano a vedere nel cielo finto del Planetario le orbite delle stelle e a imparare i loro nomi.
Gli antichi osservavano e studiavano il cielo, per orientarsi e scoprire le leggi che regolano il traffico dell'universo. Ma oggi pochissimi guardano il cielo, preferiscono guardare la televisione.
[“La Vita Scolastica”, 5, 2005]

Una briciola di materia

Siamo andati a Costamezzana di Noceto, nel bosco della signora Antonella Minardi. Abbiamo raccolto tante castagne e fatto la merenda tutti insieme. Abbiamo visto tanti animali, il riccio, una coccinella e tanti uccelli. Nel laghetto c'erano le rane. Che bello stare nel bosco! E abbiamo parlato. “Come hanno fatto crescere gli alberi di castagno?” (Matteo). “Forse qualcuno ha seminato una castagna” (Daniele D.). “Ma se all'inizio c'erano le castagne ma non gli uomini, come faceva a nascere un castagno?” (Davide). “Secondo me riuscivano a nascere i castagni anche se non c'erano gli uomini” (Michele). “Ma se all'inizio non c'era nemmeno un albero di castagno, come si fa a far nascere un castagno se non c'è la castagna che lo fa nascere?” (Daniele C.). “Il primo castagno lo può aver fatto Dio” (Giulia).
I bambini della classe I, Sorbolo, Parma

Anch'io da bambino mi sono posto queste domande e vi voglio raccontare una favola. All'inizio, quando da una grande esplosione della materia si formò l'universo, sulla Terra non c'era vita. Il sole, che la illuminava e la riscaldava, le disse: “Tu puoi diventare la stella più bella del mondo e io ti aiuterò. Sarà come un gioco: io ti regalo la luce e tu la trasformerai in vita”.
La Terra non ci credeva ma un giorno, nelle acque del mare, una briciola di materia provò e ci riuscì. Catturò le scintille di luce del sole e la briciola della sua materia diventò viva! La particella di materia viva si unì ad altre particelle e insieme cominciarono a costruire forme diverse, come il muratore usa i mattoni per fare le case. E così fu: il gioco creò tante forme diverse, la Terra era diventata una immensa fabbrica che trasformava la luce in materia viva e la materia in fiori, erbe, alberi.
La Terra, che prima era deserta, diventò un giardino. Gli alberi lo fanno ancora oggi, trasformano la luce in materia, cioè in cibo che la pianta usa per crescere, produrre fiori e semi diversi. Così alcune particelle di materia si unirono per inventare il castagno, altre le rose, altre i fili d'erba, ogni pianta in modo diverso, perfetto, capace di resistere alla pioggia e al vento, al caldo e al freddo. Ogni l'abero è un'opera d'arte della natura. Ma la natura da chi ha avuto l'idea di creare tante cose belle e buone, come le castagne e gli altri frutti? A questa domanda non saprei rispondere: per me è ancora un mistero.
[“La Vita Scolastica”, 6, 2003]

La bambina che correva veloce

Caro Mario, io sono un bambina e sono orgogliosa di correre veloce, corro veloce come il vento. Quando a volte ho voglia di correre chiamo delle mie amiche, facciamo delle gare e vinco quasi sempre io.
Eleonora

Cara Eleonora, quando insegnavo avevo una scolara che, come te, era veloce e vinceva sempre lei tutte le gare di corsa. Gli altri bambini, quando andavamo al campo sportivo a fare le gare, un giorno decisero di non correre più se c'era lei. Una sua amica le disse: “Tu vinci perché il tuo corpo è agile, è un dono della natura. Perché non facciamo le gare misurando con il cronometro il tempo impiegato nella corsa? Se ci alleniamo e riusciamo a migliorare il nostro tempo, siamo anche noi vincitori.
Se invece tu, che sei veloce come il vento, non migliori il tuo tempo, non hai vinto”. La proposta fu accolta e cominciammo un nuovo modo di gareggiare, non contro gli altri più deboli, ma ciascuno contro i propri limiti. Ogni bambino aveva una cartella con i suoi record: vinceva se, con l'allenamento, lo migliorava. E ricordo che specialmente quelli nelle gare di gruppo arrivavano negli ultimi posti, erano felici quando miglioravano il record, e da vincitori ricevevano l'applauso da tutti. Tu che ne dici, può essere un'idea buona? 
["La Vita Scolastica", 6, 2003]

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