Elogio delle parole magiche

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"Se volete avere un gentil bambino, dovete prima essere gentili voi...": come coltivare la gentilezza, a cominciare dalla scuola. Di Silvana Loiero. 

kindness-gentilezza

“Penso che quando non si dice più grazie e per favore la fine è vicina”. Una frase celebre, tratta dall’altrettanto noto film “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen, che ci ricorda una profonda verità. Le parole che esprimono cortesia e buona educazione sono segno evidente del rispetto nei confronti degli altri e manifestano la voglia di stabilire con loro buone relazioni. E, invece, siamo costretti a constatare giornalmente che le parole e i comportamenti cortesi sono sempre più rari.

Pare proprio che la gentilezza abbia fatto una brutta fine; qualche anno fa lo ha sostenuto il giornalista Massimo Gramellini: ha scritto che la gentilezza è scomparsa in modo prematuro, ed è anche poco rimpianta.

Il suo Buongiorno è stato pubblicato un paio di mesi prima di un bel libro che ha come titolo Elogio della gentilezza e come sottotitolo Breve storia di un valore in disuso.

I due autori, lo psicoanalista inglese Adam Phillips e la storica Barbara Taylor, elogiano quella che definiscono un valore sommesso e discreto. “L’intento non è né moralistico né edificante: la gentilezza è semplicemente uno dei modi migliori per essere felici, è un piacere fondamentale per il nostro benessere.”. Eppure, nonostante questo piacere ci faccia sentire meglio e sia un valore irrinunciabile della vita buona, oggi è diventato un tabù. “Si è creata un’immagine del sé che è del tutto priva di gentilezza naturale. La gran parte delle persone sembra credere che, in fondo, siamo tutti quanti (noi stessi non meno degli altri) pazzi, cattivi e pericolosi, che come specie – a quanto pare, diversamente da altre specie animali – siamo profondamente e fondamentalmente competitivi, che le nostre motivazioni sono del tutto autoreferenziali e che le nostre simpatie sono soltanto forme di autoprotezione."

Sappiamo che essere gentili vuol dire essere bene educati, prestare attenzione agli altri e usare nei loro confronti modi garbati e cortesi; ma sappiamo anche che la gentilezza è “imparentata” con l’amorevolezza, la generosità, l’altruismo, la solidarietà… elementi che costituiscono i pilastri della convivenza sociale e a cui non possiamo rinunciare.
E se la gentilezza appare essere in disuso o, addirittura, defunta, siamo proprio noi che operiamo nella scuola a poterla rivitalizzare. In che modo? Per rispondere ci affidiamo alle parole della scrittrice Dacia Maraini: “La cultura cerca la comprensione del diverso, la consapevolezza, il senso di responsabilità, il perdono, la gioia di vivere e di amare, la giustizia e le regole di convivenza”. È proprio chi ha dimestichezza con la cultura che può riscoprire “parole come creanza, urbanità, cortesia, affidabilità, comprensione, tolleranza. Non sono le parole della debolezza ma della vera forza, quella del pensiero complesso e dell’intelligenza sociale”. 

Attenti al libro!

Il “Manuale di buone maniere per bambine e bambini” di Giusi Quarenghi e Beatrice Masini rappresenta un ottimo stimolo per lavorare con i bambini. Con parole in prosa e in rima che strutturano uno scambio dialogico tra adulto e bambino, e con tante belle illustrazioni, il libro offre stimoli di riflessione per imparare a essere o diventare bambini gentili. Gentili con i compagni, con i grandi, con gli animali e le cose, con la natura.
L’ultima parte del libro è dedicata agli adulti, perché tutti i bambini seguono l’esempio dei grandi che hanno accanto, i buoni esempi e i cattivi esempi.

Se volete avere un gentil bambino,
dovete prima essere gentili voi.
Gentili, garbati, rispettosi.
Altrimenti la faccenda non funziona.
E non potete pretendere che un bambino si comporti bene
Se voi per primi vi comportate male o così così. 

Silvana Loiero: 13 Novembre 2017 Articoli

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