Curare con l'educazione? Sì, per evitare l'eccesso di medicalizzazione psichiatrica

Entra in Giunti Scuola

Hai dimenticato i dati di accesso?

Non sei ancora registrato?

Entra anche tu a far parte della più grande community di insegnanti italiani sul web!

Perché dovrei registrarmi?

Array
(
    [cmg_userData] => Array
        (
            [localhost%%gs_prod] => Array
                (
                    [profile] => ANONYMOUS
                    [groups] => Array
                        (
                            [-2] => SanchoEverybody
                        )

                )

        )

    [cmg_channels] => Array
        (
            [4FVI44G4] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => cmg_processURL
                )

            [HZVJ67SD] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

            [UBBA37CW] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

        )

    [cmg_lang] => 
)
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:20:boolean true
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:21:string '-3' (length=2)
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:22:int -3

Curare con l'educazione? Sì, per evitare l'eccesso di medicalizzazione psichiatrica

Disabilità, DSA, BES... Come evitare l'eccesso di medicalizzazione psichiatrica di bambini e ragazzi? Di Daniele Novara. 

genitori e insegnanti

I dati sono impressionanti. Nella scuola, in 10 anni sono quasi raddoppiate le certificazioni di disabilità, in 4 anni triplicate le diagnostiche di DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) e in 3 anni sono dilagati i BES (bisogni educativi speciali).
In pratica, è aumentata in maniera esponenziale la crescita delle diagnosi psichiatriche nell’età infantile e adolescenziale e, in particolare, la tipologia di problema più frequente è quella legata alla disabilità intellettiva. Nella primaria, tale complicazione è seguita dai disturbi dello sviluppo e del linguaggio.
Tutto questo significa che allo stato attuale in una classe elementare italiana normo tipica almeno un bambino su quattro presenta una qualche diagnosi certificata con un corrispondente programma autonomo di lavoro, se non un insegnante di sostegno.
Pare che nel mirino ci sia proprio la differenza infantile (e anche quella adolescenziale) in quanto tale, come se la specificità evolutiva fosse diventata una malattia piuttosto che uno stato necessario della crescita. Personalmente mi sorprende sempre l’implacabilità di alcune certificazioni neuropsichiatriche che arrivano nei nostri studi pedagogici del CPP, perché anche la loro scansione letteraria è incredibilmente spietata. Spesso non c’è neanche un’indicazione terapeutica quasi che la pura e semplice definizione patologica prevalga su ogni prospettiva di cambiamento.
Non è difficile capire allora perché i genitori che si rivolgono a noi sembrano reduci da un bombardamento, da qualcosa che va al di là delle loro possibilità di comprensione. Lo stupore è legittimo. Stiamo parlando di bambini, i bambini sono in crescita. Possono cambiare.

Ma, a parte l'impatto emotivo, quali sono le conseguenze di un eccesso di diagnosi di questo tipo? Sostanzialmente due:

1. Attraverso la diagnostica la scuola smette di riflettere su se stessa, sui proprio metodi. E l'identico discorso vale per la famiglia: ci si affida al parere neuropsichiatrico dichiarando questi bambini come malati di qualcosa.

2. La certificazione viene richiesta per ottenere facilitazioni nell’ambito dei processi di valutazione scolastica. Con un sistema livellante com’è quello attuale, avere una diagnosi diventa uno dei pochi sistemi per poter usufruire di un po’ d’attenzione. Ma può succedere così che attraverso le cosiddette facilitazioni si cristallizzi il disturbo rendendolo di fatto permanente.

E se fossero malattie dell’educazione?

Mancanza di regole educative chiare, discrepanza sostanziale tra padre e madre nella formazione dei figli, mancato sviluppo delle autonomie all’età prevista, sedentarietà indotta e mantenimento di fusionalità simbiotiche sono fra le situazioni più diffuse e in aumento.
Nel 2009 ho proposto il concetto di malattia dell’educazione per denotare tutti gli stati infantili e preadolescenziali di disagio e seria difficoltà che sono da riportare a deficit educativi dei genitori.
La vera emergenza è la disattenzione crescente nei confronti dell’educazione quasi che i bambini e i ragazzi possano farcela da soli senza un cantiere ben organizzato da genitori, insegnanti e adulti.
Messe insieme l'incapacità d'interpretarsi in senso educativo e l’alienazione infantile nei confronti del gioco, della motricità e della natura, si capisce come le difficoltà emotive non appartengano a motivazioni neurologiche, ma prevalentemente a situazioni ambientali dove l’innaturalità della vita impedisce anche il recupero di eventuali ritardi fisiologici.

Ecco perché si può curare con l’educazione. Aiutare gli adulti a rimuovere le carenze formative, ripristinando i basilari minimi, consente di uscire dal tunnel della patologizzazione. E permette di offrire un’alternativa, una svolta di coraggio educativo per portare un contributo decisivo, tappa per tappa, alla crescita di bambini e ragazzi.

Curare con l'educazione
Come evitare l'eccesso di medicalizzazione
nella crescita emotiva e cognitiva
Convegno Nazionale Cpp - 8 aprile 2017, Milano

Daniele Novara: 14 Febbraio 2017 Articoli

Condividi:

Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Entra in Giunti Scuola