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La scuola non può cambiare il mondo e renderlo “più bello” ma può offrire al mondo persone che sappiano lottare per la bellezza.

WASSILY KANDINSKY, IM BLAU, 1925 Fonte: www.swr.de

Dal fuori al dentro: limiti e direzioni del percorso educativo

“Non scholae sed vitae discimus”: non impariamo per la scuola ma per la vita. Questo antico proverbio ha ovviamente ragione nel sottolineare il rischio di una autoreferenzialità della scuola, ma ha torto se lo intendiamo in modo un po’ meccanico, come se la scuola dovesse affidare alla vita il compito di valutare l’efficacia del suo lavoro e del suo operato educativo.

In tempi di crisi della scuola è abbastanza diffusa questa tentazione di estendere il mandato educativo della scuola oltre i limiti spaziotemporali della medesima, con il risultato di indebolirla ulteriormente.

Per meglio chiarirci presentiamo il seguente caso:  un insegnante di una scuola elementare, mentre entra a scuola alla mattina vede in una strada adiacente all’edificio scolastico due alunni di una classe quinta che stanno picchiando un bambino di terza. Interviene a difendere il bambino sgridando gli aggressori ma i due ragazzi più grandi gli/le dicono che fuori dalla scuola loro possono fare quello che vogliono. È evidente che l’insegnante che interviene a separare i ragazzini che si picchiano lo fa in quanto adulto, così come dovrebbe farlo ogni adulto decente, maestro, idraulico o autista di tram. 

Ma è anche evidente che la risposta provocatoria dei ragazzini non è affatto peregrina:  

se tu mi sgridi come adulto, allora può anche andare, ma se mi richiami in quanto mio/a insegnante sei del tutto fuori ruolo e fuori scena. Alcune risposte possibili alla domanda finale, da noi raccolte presso insegnanti ed educatori, sono le seguenti: “Inizierei in classe un percorso educativo sulla nonviolenza”; “Farei fare a tutti i ragazzi e le ragazze della classe quinta un gioco cooperativo insieme ai bambini e alle bambine della classe terza”; “Farei analizzare ai bambini una storia/un video/una canzone che tratti del bullismo”; “Coinvolgerei in classe i due aggressori in un gioco di ruolo nel quale uno dei due o entrambi recitano la parte della vittima di una prepotenza o di un sopruso”.

In tutti questi casi la positività dell’intervento formativo sta nel “portare dentro” la scena definita e delimitata dell’educazione ciò che altrimenti resterebbe fuori. Dal fuori al dentro: il percorso è esattamente contrario a quello di certo missionarismo pedagogico che invece vuole continuamente uscire dai limiti del proprio ruolo e invadere spazi e scene altre e altrui Qualunque processo di valutazione di un percorso formativo ha senso solamente all’interno dei limiti e dei confini di tale percorso e non può essere effettuato al di fuori.

Questo significa che una valutazione o una verifica efficaci devono prevedere la simulazione di situazioni reali all’interno dello spazio fittizio delimitato dal progetto educativo, e solo in questo spazio possono inferire eventuali conclusioni sul possibile comportamento esterno del soggetto.

Se io mi iscrivo a un corso di inglese che deve mettermi in grado di farmi capire a Londra, il corso non può e non deve rimandare la verifica del mio apprendimento fino al giorno in cui atterrerò nella capitale inglese; l’insegnante sarà tanto più efficace quanto più riuscirà a prevedere prove, simulazioni, giochi che dall’interno del dispositivo formativo sappiano valutare i miei progressi e lascino campo alla speranza che io saprò orientarmi anche a Piccadilly.

Finire bene

I risultati che il bambino ottiene a scuola sono programmati e valutati, l’applicazione di questi risultati al di fuori della scuola può essere solamente oggetto di speranza. Certo, è importante finire bene.

L’attenzione che nei processi educativi viene spesso messa nella dimensione dell’accoglienza e dell’inizio non sempre si ritrova però in quella della conclusione e della fine. Percorsi educativi che iniziano con una significativa e profonda elaborazione dell’accoglienza si concludono spesso in modo raffazzonato e comunque senza dare lo spazio e il tempo necessari alla elaborazione della fine. Forse perché parlare di fine significa sempre e comunque parlare di morte, e la dimensione della morte è qualcosa dal quale la nostra cultura attuale vuole rimanere ben lontana.

Ma comunque sia, occorre finire: l’ultima campanella deve suonare, la porta della scuola deve chiudersi per l’ultima volta, e tutti gli attori della scena scolastica devono rimanere senza parole come l’Enrico del libro Cuore. Fuori dalle porte della scuola inizia la vita: sarà bella, sarà brutta? Non lo sappiamo, e come insegnanti possiamo farci ben poco, ma come cittadini dobbiamo continuare a lottare per una elevata qualità anche estetica del vivere. Anche fianco a fianco dei nostri ex allievi che avranno imparato la bellezza a scuola e forse – speriamo – vorranno ritrovarla anche nella vita. 

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