Santo Di Nuovo: "Lavoriamo sulle funzioni, non sulle etichette"

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Santo Di Nuovo: "Lavoriamo sulle funzioni, non sulle etichette"

Intervista al docente dell'Università di Catania e Presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia (AIP) che invita a "superare gli schematismi delle diagnosi che categorizzano gli allievi" nel suo nuovo libro "Alunni speciali, bisogni speciali". Di Silvana Loiero

santo di nuovo 2019

Un invito a superare gli schematismi delle diagnosi: è quello che Santo Di Nuovo, docente di Psicologia cognitiva e Neuroscienze nel Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università di Catania, nonché Presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia (AIP) propone all'interno di un suo nuovo lavoro editoriale, sul quale abbiamo avuto alcune anticipazioni in questa intervista.

Professor Di Nuovo, nel suo ultimo libro, “Alunni speciali, bisogni speciali”, lei indica una strada nuova per realizzare una scuola davvero inclusiva: lavorare sulle funzioni mentali, cioè sui meccanismi cognitivi, emotivi e comportamentali, anziché sulle etichette. Che cosa vuol dire questo nella pratica scolastica?

Lavorare sulle funzioni, anziché (meglio sarebbe dire: oltre) che sulle etichette vuol dire superare gli schematismi delle diagnosi che categorizzano gli allievi in DSA, BES, ADHD…

Questo non vuol dire che le diagnosi non sono importanti, ma che sono solo l’aspetto preliminare della valutazione, che consente di dire come un alunno è rispetto alla ‘norma’ prevista per una certa categoria: saper leggere, scrivere, far di conto, stare attento, non agitarsi troppo, comunicare adeguatamente, e così via.

Una volta definito che rispetto a certe categorie un alunno è ‘fuori dalla norma’ viene l’aspetto più importante: capire quali capacità e competenze gli mancano, o non ha sviluppato correttamente. E basare su questa analisi delle funzioni (o dis-funzioni) il progetto educativo personalizzato. Dalle categorie diagnostiche derivano piani standardizzati (uguali per tutti, presi dai manuali) mentre dall’approccio funzionale deriva l’ipotesi di trattamento per le specificità di cui quel singolo caso ha bisogno.

Quanto e come agiscono, nell’apprendimento dei ragazzi, i disturbi della sfera emotiva e motivazionale quali ad esempio l’ansia, la scarsa autostima, la ridotta motivazione?

Tantissimo. Diceva Sternberg che l’intelligenza ‘pratica’ (e l’apprendimento che su essa si basa) comprende tutte queste competenze trasversali che sono motivazionali, emotive, relazionali. Se un alunno teme che “non ce la può fare”, o entra in ansia quando è interrogato, o non capisce a cosa serve ciò che impara a scuola, non apprende e non rende quanto potrebbe in base alle sue capacità cognitive. Tutti gli insegnanti sanno (anche per esperienza personale!) quanto la preoccupazione di non riuscire incide sulla riuscita effettiva. Stimolare adeguatamente queste competenze trasversali, cioè anche emotive e relazionali, è un dovere della scuola che vuole educare alla vita, e non solo agli apprendimenti cognitivi.

Un capitolo del suo libro è dedicato alle tecnologie informatiche: sono davvero in grado di migliorare l’apprendimento degli alunni con bisogni speciali?

Sì, se usati con giudizio: cioè non per sostituire le tecniche di insegnamento basate sulla interazione diretta con l’insegnante e il gruppo, o peggio come strumento sostitutivo di funzioni che possono essere invece educate. Ma usati per integrare l’apprendimento con una programmazione individualizzata, con un mezzo che agevola e completa questa programmazione.

Lei sostiene che l’intera scuola deve “sostenere” l’alunno in difficoltà. Ma i problemi degli allievi con bisogni educativi speciali sono tanti, e spesso la scuola non è in grado di affrontarli. Come fare?

Intanto non bisogna delegare la soluzione dei problemi in toto a qualcuno (o qualcosa) che se ne occupa in modo ‘specializzato’: l’insegnante specializzato, lo psicologo, la tecnologia... Il supporto di questi ‘specialisti’ è utile, anzi essenziale, ma la programmazione complessiva è responsabilità di tutta la comunità scolastica e della rete che riesce ad attivare con famiglie e strutture esterne di supporto.

Inoltre: lavorando per funzioni (per esempio: sulla attenzione, la memoria, la comunicazione, l’immaginazione, ecc.) si può lavorare per gruppi di alunni, con più efficace gestione di tempi e possibilità di usare l’apprendimento cooperativo che migliora le capacità di tutti mentre risponde ai bisogni speciali di ciascuno.

 

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