Nativi digitali e filosofia: ancora "quella voglia di capire"

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Nativi digitali e filosofia: ancora "quella voglia di capire"

Intervista a Fabrizio Desideri

Fabrizio Desideri ci parla di come si può fare filosofia con i bambini nel mondo di oggi, globalizzato e ipertecnologico.

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Fabrizio Desideri è professore di Estetica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze. Studioso di Kant, Benjamin, Adorno, Wittgenstein, è da poco in libreria con un nuovo saggio, La percezione riflessa. Estetica e filosofia della mente (Raffaello Cortina, Milano, 2011), dove si discute il ruolo dell’estetica, la formazione di gusti e preferenze estetiche nel mondo di oggi, globalizzato e ipertecnologico, con ampi riferimenti al momento dell’infanzia. Abbiamo incontrato l’autore per fargli qualche domanda sul suo nuovo libro e su come ritiene che la filosofia possa entrare in percorsi didattici per i più piccoli.

Iniziamo dal titolo di un suo pezzo pubblicato su “La Vita Scolastica” nel 2006 (n. 12, pp. 10-12): Filosofia nella scuola primaria: quella voglia di capire. In che modo, secondo lei, la “voglia di capire” dei più piccoli e la scuola hanno risposto alla diffusione delle nuove tecnologie, negli ultimi anni?

Non sempre in maniera adeguata. Bisogna partire dal fatto che ormai i piccoli frequentatori della scuola dell’infanzia e primaria sono nativi digitali ma non lo sono quasi mai gli adulti che ne hanno cura. Per i bambini la pratica di nuove tecnologie informatiche è quasi naturale, confermandosi in ciò che il gioco infantile è il modo con cui noi umani instauriamo una relazione simbolica con i dispositivi della tecnica e ci adattiamo al mondo in cui viviamo, estendendo dall’interno i suoi confini. Questo difficilmente vale per gli adulti, che incontrano sempre maggiori difficoltà di appaesamento e di formazione di contesti abitudinari con le nuove tecnologie.

A mio avviso è questo il gap su cui si dovrebbe lavorare: mirare appunto ad instaurare buoni vincoli nella triangolazione tra dispositivo tecnico, bambini e insegnanti. Invece si perde molto tempo a coltivare il feticcio di una creatività infantile che non ha bisogno di regole per esplicarsi. Questo del mito-feticcio della creatività è appunto – come diceva qualcuno – uno dei motivi per cui spesso l’intelligenza europea ha mancato un incontro fecondo con la tecnica. Lo stesso vale per un’enfasi eccessiva su una pedagogia emozionale ed empatica. Laddove il problema è piuttosto quello di contemperare l’aspetto della maturazione emotiva con quello della crescita cognitiva.

In che modo si può fare filosofia oggi con i bambini della Scuola dell’infanzia e primaria?

Anzitutto ascoltandoli; quindi imparando a porre domande e a rispondere alle domande dei bambini, che spesso sono assai difficili. Anche qui è decisiva la formazione filosofica dei maestri (oltre a quella pedagogica e a tutto il resto). Spesso si considera la formazione filosofica come un accessorio e poi è inevitabile che si traduca la cosiddetta “philosophy for children” nella assunzione di un pacchetto metodologico. Invece qui si dovrebbe aprire un campo di sperimentazione e di formazione non lasciato all’improvvisazione.

Per quanto riguarda la formazione dei formatori non bisogna dimenticare naturalmente i classici, ma nemmeno la necessità di acquisire un certo agio con quei problemi e quelle soluzioni che presentano. Naturalmente non si fa e non si è mai fatta filosofia limitandoci a studiarne la storia. Anche in questo caso, senza indulgere a nessuna idea di bambini “naturaliter filosofi”, c’è da tenere in conto che, se adeguatamente sollecitati in contesti di interazione adeguata, i bambini sono molto veloci nell’acquisire dimestichezza con il pensare con la propria testa (considerato che questo significa essenzialmente fare filosofia).

Nel suo ultimo volume parla della formazione delle preferenze, dei giudizi estetici fin dalla primissima età, e pone l’accento sul fenomeno dell’attenzione. Potrebbe darci un sunto della sue conclusioni su questo argomento?

Nel mio ultimo libro ho mirato ad una radicale riconcezione dell’estetica, troppo spesso identificata con una filosofia dell’arte o con un complesso di atteggiamenti, preferenze ed esperienze meramente accessorio e, per così dire, ”di lusso” nell’ambito delle funzioni che distinguono l’agire umano. Al contrario ho cercato di mostrare e dimostrare l’emergenza assai precoce di un’attitudine estetica (almeno a partire da quella che Michael Tomasello chiama “la rivoluzione del nono mese”, quando si danno tra infante e adulto scene di attenzione condivisa nei confronti di oggetti terzi; e forse anche prima). In questo contesto ho difeso la tesi che l’attitudine estetica si stabilizza evolutivamente nella specie umana come conseguenza imprevista di fenomeni attenzionali.

A partire da questa tesi quella estetica si rivela come una dimensione essenziale non soltanto a definire la nostra identità ma anche a determinare quella che, con un termine tanto moderno quanto antico, potremmo chiamare la “fioritura umana” (concetto introdotto nell'area della filosofia anglosassone - "human flourishing" - per rendere meglio il termine aristotelico di eudaimonia, solitamente reso con "felicità", e per dare il senso di un essere che raggiunge ciò che è nella sua  natura e lo raggiunge al meglio). Per questo motivo l’esperienza estetica e lo sviluppo di atteggiamenti di questo genere riguardano la genesi stessa del senso, più che l’avere a che fare con significati già determinati: quella dinamica feconda che si alimenta di piacere e di conoscenza. In breve quello estetico è un primo insopprimibile modo di orientarci nel mondo. Di qui l’importanza di curarlo dal punto di vista scolastico e pedagogico.

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