Maestri e maestre al cinema

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L'immagine degli insegnanti nella cinematografia italiana e straniera. Da "La Vita Scolastica", 10, numero speciale dedicato alla professione insegnante.

"Diario di un maestro"

La classe è, da sempre, un luogo cinematografico per eccellenza. Il microcosmo che vede maestri e allievi condividere tempo, emozioni, sapere è molto di più di una semplice ambientazione: è un universo composito (riunisce persone di provenienze ed estrazione disparate) che tuttavia, per qualche ora, vive nello stesso spazio e s’impegna in un lavoro comune. È il punto di partenza ideale per raccontare storie che s’intrecciano tra loro come tanti romanzi di formazione.

Perché in classe si diventa grandi: tra i banchi nascono amicizie e amori, si partecipa e talvolta ci si ribella, s’impara o si ammazza il tempo sognando una vita diversa, comunque ci si affaccia sul mondo. Il maestro è figura centrale, più spesso guida ed esempio da seguire o da imitare, a volte, letteralmente, “cattivo maestro”, modello negativo di pigrizia, inettitudine, indifferenza o perfino portatore di un’influenza nefasta.

Nel rapporto maestro-allievo la classe è poi punto d’incontro tra generazioni: adulti e bambini entrano in relazione, anche in conflitto, ma partendo da un terreno comune che tenta di abbattere, almeno in parte, le barriere che spesso separano il mondo adulto da quello infantile. Entrano in gioco i temi dell’autorità, della gerarchia, della disciplina; come anche quelli della collaborazione, del sostegno morale e affettivo, dello spirito di gruppo.

Infine, la classe è specchio del presente, in essa si riflettono le tematiche che attraversano il tempo in cui il film è stato girato, che come se fossero viste attraverso una lente d’ingrandimento arrivano allo spettatore con un impatto forte e immediato. La classe si apre verso l’esterno e allude, con i microeventi che ospita al suo interno, alle macrostrutture esterne: le relazioni familiari, la composizione e le tensioni della società, il sistema politico.

MAESTRI DI VITA: O capitano, mio capitano!

Nelle prime sequenze del celebre film L’attimo fuggente (1989), il professor Keating vuole stimolare i suoi allievi, che studiano in un college tanto prestigioso quanto intriso di un clima conservatore e opprimente, a reagire, a pensare con la propria testa sfidando le regole e la passività del conformismo. L’uomo si siede sulla cattedra, disprezza apertamente i libri di testo consueti, cerca di stimolare i ragazzi a uscire dagli stretti confini mentali che vengono loro imposti. Il suo insegnamento attecchirà rapidamente tra gli allievi, non senza provocare scontri e drammi; ma quando lui stesso, in seguito all’aperto anticonformismo dei suoi metodi, verrà cacciato dal college, i suoi ragazzi saliranno sui banchi declamando una delle poesie più famose di Walt Whitman: O capitano! Mio capitano! (1865), simbolo della ricerca di libertà morale e materiale che il professore ha trasmesso loro. Keating è allora il prototipo del “buon maestro”: affettuoso senza essere paternalista, brillante senza schiacciare gli allievi, comprensivo quando serve e severo quanto basta, capace di trasmettere il suo sapere e di stimolare la curiosità, la passione, il desiderio di apprendere.

IL MAESTRO Perboni

Nel cinema italiano non sono pochi i professor Keating, a partire dal maestro per eccellenza: il maestro Perboni del Cuore deamicisiano. Nella versione cinematografica di Duilio Coletti (1948) la figura di Perboni/Vittorio De Sica è giocata soprattutto sull’amor di patria, in una retorica risorgimentale che oggi, peraltro, suona quasi rivoluzionaria (l’abbraccio tra il calabrese e il piemontese, con l’unità d’Italia conquistata pochi anni prima). Ma rimane indimenticabile, nella cultura televisiva popolare, l’adattamento televisivo di Luigi Comencini (1984) con Johnny Dorelli nei panni di un Perboni timido e austero. Entrambi, in ogni caso, incarnano alla perfezione lo stereotipo positivo di maestri integerrimi, portatori di valori positivi, esempi da imitare – quasi disumani nella loro perfezione, se non fosse per qualche debolezza del cuore: l’innamoramento segreto e profondo per la “maestrina dalla penna rossa”, il cui ruolo, secondario nel romanzo, è accentuato in entrambe le versioni, sebbene non in quanto insegnante (non la vediamo mai in classe) quanto come oggetto d’amore.

INSEGNANTI e sfide sociali

Ancora dalla parte dei maestri-eroi è il Bruno D’Angelo del Diario di un maestro (1972), in un film che adotta i modi del documentario seguendo il lavoro di un intero anno scolastico nella Vª elementare di una classe difficile di un quartiere popolare di Roma. Qui la rigida distinzione ideologica tra buoni e cattivi tipica di Cuore, con Franti “malvagio assoluto” si perde: i ragazzi sono tutti Franti, pronti già da piccoli ad adottare i principi e i modi della criminalità.

Con queste situazioni controverse, faticose, si confronta il lavoro umile e quotidiano del maestro, la cui prima sfida è riportare i ragazzi in classe; ma la sua autonomia e il suo coraggio nell’abbandonare l’arido programma ministeriale, lontanissimo dalla realtà in cui vivono i suoi allievi, per impostare un lavoro più aderente alle loro vite, non viene apprezzato dai dirigenti; l’istituzione non gradisce le sfide e l’uomo, alla fine dell’anno, deve lasciare la sua classe.

La stessa sfida verso le istituzioni – scuola, chiesa, famiglia – torna in un film recente che mostra un ritratto appassionato di un’insegnante donna, impegnata a proporre ai suoi allievi uno sguardo diverso e più aperto sul mondo: è la Liliana Rossi/Giovanna Mezzogiorno di Del perduto amore (1998), il cui desiderio di insegnare l’emancipazione alle ragazze e la libertà di manifestare i propri affetti ai ragazzi, in un paesino della Lucania negli anni ’50, si scontra con il conservatorismo non solo della chiesa e della società, ma anche del partito comunista cui pure Liliana appartiene.

Una figura simile appare anche in Il primo incarico, della giovane regista Giorgia Cecere (2010), storia – ancora nell’Italia del sud degli anni ’50 – di una maestra, Nena, che, costretta a trasferirsi per lavoro in un paesino lontano dalla sua città, finisce per scoprire, dolorosamente, il tradimento dell’uomo che ama. Rispetto a Del perduto amore qui la trama lavora più sulla componente sentimentale e privata della storia, lasciando più sullo sfondo la relazione, pure interessante, della donna con i giovanissimi allievi; se Liliana fa dell’insegnamento un caposaldo delle sue convinzioni politiche (combattere l’ignoranza come grimaldello per scardinare le convenzioni che vedono la donna elemento secondario della società), Nena mette al centro della sua vita l’amore e a questo è disposta a sacrificare tutto; solo alla fine capirà quanto la possibilità di avere un lavoro, dunque un’indipendenza anche mentale prima che economica, sia preziosa.

MAESTRI francesi

Sul versante del cinema francese, tradizionalmente attento alla rappresentazione delle realtà scolastiche come specchio rivelatore della società, sono da ricordare almeno tre figure di maestri: quella affettuosa e aperta del maestro Richet in Gli anni in tasca (Argent de poche, F. Truffaut, 1976); il burbero ma attento George Lopez in Essere e avere (Être et avoir, N. Philibert, 2002); e il vulcanico maestro del coro Mathieu di Les Choristes (Les Choristes, C. Barratier, 2004). Il personaggio truffautiano è quello che più apertamente riflette sul proprio ruolo; come dichiara alla fine del film in una lunga sequenza, il maestro è colui che educa a diventare non duri, ma forti, in grado cioè di affrontare le ingiustizie del mondo degli adulti, nella maggior parte dei casi indifferente se non ostile ai più piccoli.

Così il Lopez del film di Philibert segue la sua pluriclasse in un piccolo paese delle montagne francesi con uno sguardo discreto ma indagatore, pronto a cogliere ogni segnale, con la lentezza metodica della tartaruga la cui immagine apre il film, e capace di accogliere e curare piccoli e grandi dolori, insicurezze, fragilità e paure. Ancora più battagliera la figura di Mathieu, maestro di musica che in Les choristes lavora proprio sulla coesione del lavoro di gruppo per motivare i giovanissimi ospiti di un istituto di correzione, soggetti difficili, “diversi”, considerati irrecuperabili e per questo parcheggiati in una sorta di prigione sociale; sarà grazie al canto che i giovanissimi ribelli impareranno a collaborare e a ricreare un microcosmo di civiltà e armonia.

Così, se i maestri del cinema italiano sono soprattutto anticonformisti, quelli francesi sono educatori a tutto tondo: la scuola è scuola di vita, e deve dare gli strumenti per resistere in un mondo in cui i più deboli non hanno diritti, anche se, chiosa il maestro Richet con un sussulto di ottimismo, “la vita è dura, ma è anche bella”.

CATTIVI MAESTRI: “La pro-spet-ti-va”

In uno dei film più belli e profondi di Federico Fellini, Amarcord (1973), il giovane protagonista, Titta, è uno studente svogliato e apatico in una scuola di provincia resa oppressiva dalla presenza grottesca eppure penetrante del fascismo. La galleria degli insegnanti è scoraggiante: pieni di sé e arroganti, in realtà incapaci e pigri, sono per gli allievi un nemico da combattere con scherzi irrispettosi e crudeli, degna contropartita di un’educazione nozionistica e standardizzata portata avanti con passiva monotonia. La professoressa di storia dell’arte che accompagna la spiegazione della prospettiva quattrocentesca muovendo a ritmo delle parole un biscotto da inzuppare nel tè, mentre la classe ripete formule che non capisce; il professore di greco che tenta invano di insegnare la giusta pronuncia; l’insegnante di matematica felice nell’umiliare l’ultimo della classe; sono tutte figure, deformate dalla chiave grottesca, che rimandano a un’idea di insegnamento freddo, meccanico, opprimente.

È la stessa sensazione che si ha rileggendo due capolavori del cinema francese, Zero in condotta di Jean Vigo (Zéro de conduite, 1933) e I quattrocento colpi (Les quatre-cents coups, 1959) ancora di François Truffaut. Il primo racconta i giorni di collegio di una banda di quattro ragazzini impegnati a resistere contro l’ottusità ridicola del corpo insegnante: da “Cornacchia”, sorpreso a rubare le merende dei ragazzini, a “Censore”, capace solo di affibbiare severe punizioni, all’ambiguo professore di Scienze; la festa finale e la fuga liberatoria dei quattro sui tetti, verso la libertà, segna la sconfitta di un potere messo alla berlina e incapace di uscire dalla propria ridicola rigidità. Anche in Truffaut gli insegnanti e gli educatori non sono in grado di capire né di comunicare con chi sta loro di fronte: in una sequenza giustamente famosa il protagonista, Antoine, è chiamato a un colloquio con una psicologa che, capace solo di recitare meccanicamente domande fredde e standardizzate, viene lasciata fuori campo dal regista a manifestare la sua totale estraneità al mondo interiore, fragile e desideroso di comprensione, del piccolo Antoine.

UN MAESTRO cattivissimo

Ma la figura più terribile di “cattivo maestro” è in uno dei capisaldi del neorealismo, Germania anno zero (1948) di Roberto Rossellini. Qui il protagonista Edmund, nella Berlino desolata e ferita dell’immediato dopoguerra, dove ognuno, anche tra i più piccoli, è chiamato a lottare per sopravvivere a spese degli altri, incontra il suo ex maestro di scuola; e sarà costui, seguace nostalgico dell’ideologia nazista, a spingere il ragazzino a un gesto terribile: l’uccisione del padre, anziano e malato e dunque, secondo l’uomo, peso inutile per la società. Rossellini non usa mezzi termini per descrivere l’ambiguità malata dell’uomo, che copre Edmund di attenzioni che alludono alla pedofilia, che lo sfrutta per i suoi traffici loschi e che finisce per plagiarlo provocandone alla fine il suicidio, in un ritratto impietoso delle terribili conseguenze di un insegnamento malinteso, volto al dominio della mente altrui e non alla crescita, alla distruzione invece che alla formazione, all’educazione all’obbedienza invece che alla libertà di pensiero.

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