La nascita di Cipí

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In occasione dei 90 anni di Mario Lodi, vi proponiamo il primo capitolo di "Cipí" (1961), una della sue favole più belle e più note. Leggiamo insieme anche le pagine introduttive scritte da Mario Lodi per la nuova edizione del testo da poco uscita per Einaudi.

Coperta Cipì 2011

A cinquant'anni dalla prima edizione, torna in libreria Cipí, la favola scritta da "Mario Lodi e i suoi ragazzi" (Einaudi Ragazzi, San Dorligo della Valle, TS, 2011). Nelle pagine introduttive, il maestro Mario spiega perché, dopo tanti anni, questo libro sia ancora il più letto e il più amato dai bambini e dagli insegnanti, che continuano a intrattenere con lui una bella corrispondenza.

Un libro speciale

Cipí è un libro speciale, nato in una piccola scuola di campagna il primo giorno di scuola.
Ha avuto una lunga gestazione, quasi due interi anni di scuola: la prima e la seconda elementare. A sei anni tutti i bambini non sanno scrivere ma sanno parlare e questa poteva essere l'occasione per sperimentare un mio metodo semplice. Siccome i bambini a sei anni sanno parlare correttamente la loro lingua veniva naturale ascoltarli mentre raccontavano le storie della loro prima vita sociale: come giocavano, quale era il lavoro del loro papà e della mamma, quali erano i cibi che preferivano.
Tutti i giorni parlavamo di quello che succedeva intorno a loro, quasi giocando.
Infatti, in una discussione con i bambini circa le loro attività io feci loro questa domanda: «Perché siete venuti a scuola?»
«Per giocare», fu la risposta.
Io, maestro, ascoltavo e organizzavo il dialogo che era il racconto vero della loro vita.
Ci guardammo attorno: la nostra aula era ampia e un po' vecchia, aperta da un lato da una finestra grande come il cielo, ma tutto era tranne che un luogo per giocare.
Ricordo un episodio: mentre i bambini erano attenti alla discussione che stavamo facendo, uno di loro si alzò dal proprio banco e andò, senza parlare, alla grande finestra che sembrava aprirsi sul mondo.
Al mio moto di sorpresa un altro suo compagno fece altrettanto.
A uno a uno uscirono tutti dal banco per andare a guardare che cosa succedeva sui tetti di fronte e io, il maestro che doveva comandare come imponeva la vecchia scuola trasmissiva, fui trascinato dalla loro curiosità nel dilemma: lasciar fare o reprimere, ascoltarli o punirli?
Questo era il mio dubbio.
Ho cercato di resistere perché la scuola di allora aveva una gerarchia di ruoli e valori in contrasto con l'esigenza dei bambini.

A un certo punto ho deciso di cambiare cercando di interpretare un maestro che capiva i bambini veri e non li reprimeva come, invece, mi avevano insegnato nei convegni di formazione.
Allora mi alzai dal mio posto e pensai: «La scuola a cosa serve? Un piccolo gruppo di bambini può cambiarla, può trasformarla in un luogo di gioco?»
Mi alzai e andai in mezzo a loro a guardare il mondo dalla finestra. Cosi nasce Cipí: il mondo reale si trasformava con la loro fantasia negli episodi del pericolo del gatto, dell'innamoramento, dell'aiuto per chi si trova in difficoltà, delle tentazioni attuate dagli imbroglioni per incantarli; e tanti altri.
Man mano prendeva forma, sulla base delle esperienze, il mondo fantastico e morale di Cipí: un piccolo passero ricco di emozioni che saltellava davanti alla grande finestra.
L'insieme di questi valori forma il libro che si propone come rinnovata strenna per il nuovo anno rilanciando i valori attuali della democrazia.
Il maestro con questa esperienza, e non con i convegni, ha imparato che i bambini hanno una loro vita segreta, una loro filosofia. Su questa idea si fonda tutto il lavoro del suo impegno di insegnante e di educatore.
Ancora oggi i bambini in Cipí riconoscono i loro valori e le loro emozioni: la paura, la felicità, l'innamoramento, l'amicizia, la solidarietà, il dolore, la gioia.
Per questi motivi e per i valori che esprime dopo cinquant'anni è ancora valido e piace ai bambini e agli adulti che si riconoscono in lui.

Mario Lodi
Drizzona, luglio 2011

a cura di Emilia Passaponti: 16 Febbraio 2012 Cultura e pedagogia

 

Nascita di Cipí

C'era una volta (e c'è ancora) un piccolo paese disteso nel verde e al sole: nel paese c'era un palazzo alto alto e sul tetto del palazzo, nascosta sotto una tegola, una passera covava tre sue uova piccine, senza abbandonarle mai. Babbo passero pensava a procurarle il cibo volando dal nido alla campagna e dalla campagna al nido e sceglieva per lei i chicchi di grano più teneri e grossi e saporiti e quando glieli portava le diceva: – Porta pazienza! Ancora un po' e sarai mamma!

Un bel mattino di primavera la passera sentí: cric, cric..., allora alzò le ali e vide che erano nati tutti e tre.

– Come sono felice! – esclamò, e insieme con babbo passero spiccò il volo verso il cielo azzurro.

Al sole tiepido frullò le ali intorpidite, poi si alzò sopra i comignoli, più in alto della punta del campanile, più su del parafulmine, sempre più in su, nell'azzurro. Quindi si tuffò di nuovo verso il suo nido e passando gridò alle nuvole, al sole, alle rondini, al nastro d'argento che si snodava laggiú in mezzo ai prati verdi, ai fiorellini e ai fili d'erba, agli alberi che stavano maturando i frutti e ai pioppi che facevano la guardia, dritti come carabinieri sull'attenti, accanto al fiume.

 – Sono nati! Sono mamma! Sono tre!

Tornata al nido, li osservò attentamente: com'erano belli, pur senza piume, i suoi figlioli! Allungavano il collo verso la mamma, aprivano il becco, chiamavano.

Uno, il piú piccino, era il più birichino: sbatteva le alucce e si girava di qua e di là come se il nido fosse troppo stretto per lui. I fratellini facevano: cip, cip, cip, con garbo, lui invece gridava: cipí, cipí e non smetteva mai.

– Ecco, lo chiameremo Cipí! – disse la mamma.

A sentire quel verso strano il babbo e la mamma gli dicevano: – Perché piangi?
– Cipí... cipí, voglio uscire di qui!... – gridava lui.
– Stai qui, ora ti copro con le mie piume calde, – gli sussurrava la mamma mentre lo scaldava con l'ala.

Gli altri due si addormentavano subito, invece lui si dimenava: – Cipí... cipí..., voglio uscire di qui!... – e ci voleva del bello e del buono e tutta la pazienza della mamma per convincerlo a dormire come i suoi fratellini.

E una volta che babbo e mamma non erano li, nudo com'era, saltò fuori dal nido e cominciò a girare per i tetti, finché, arrivato sul ciglio, guardò giù e gli girò la testa.

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