L'ultravioletto a scuola

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L'ultravioletto è immagine del futuro nella scuola e della scuola. Suggerisce riflessioni sul nesso tra futuro ed educazione, trova corrispettivi nella storia dell’arte e nella filosofia. Educare significa offrire possibilità di futuro; ma il futuro che proponiamo ai nostri bambini e alle nostre bambine non può essere qualcosa di rigidamente programmato; l’irruzione dell’inatteso è una caratteristica del futuro, deve esserlo anche dell’educazione scolastica. 
 

13 Agosto 2011 Cultura e pedagogia

Il percorso della vita è sia carsico che visibile, sia lineare che intricato, mette insieme in modo del tutto peculiare le dimensioni della direzionalità orientata con quelle dello spostamento, della digressione, dell’allontanamento dalla meta e dal percorso. Si tratta d'un percorso cangiate e rischioso, ben descritto dall'ultravioletto.

Scrive Theodor W. Adorno: “La linea della vita… procede storta, deviata, deludente rispetto alle proprie premesse, e solo in questo decorso, in quanto è sempre meno di quello che dovrebbe essere, è in grado di rappresentare, nelle condizioni date dell’esistenza, un’esistenza non regolamentata” (Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, Torino, Einaudi 1979, p. 87).

Restituire insieme queste due indistricabili componenti di un percorso esistenziale è una base importante per poter poi progettare percorsi educativi che non siano né tanto rigidi da escludere l’alea e il caso, né tanto smagliati da costringere a una navigazione a vista, escludendo l’intenzionalità e la direzionalità.

Il senso dei percorsi che possiamo offrire ai bambini e alle bambine è proprio in questa tensione, che deve rimanere aperta, tra un futuro programmabile e un futuro inatteso, tra la necessità di progettare e progettarsi da un lato e, dall'altro, la capacità di lasciarsi narrare, attraversare, "dire" dal futuro.

L’ansia di finire, di dire tutto, di chiudere ogni e ciascun discorso, di arrivare a fine anno o a fine ciclo con tutte le risposte a tutte le domande è nemica dell’educazione; la programmazione, la capacità di fornire risposte alle domande dei bambini e delle bambine, la capacità di concludere un percorso non sono qui in discussione perché fanno parte della professionalità di chiunque si occupi di educazione.

Si sta qui parlando dell’idea rigida che vede il processo educativo come un layout di fabbrica nel quale tutti i passaggi sono prefissati e così il risultato finale; una concezione che è un vero veleno per chiunque educhi e soprattutto per chi viene educato; un veleno il cui antidoto può essere il non-finito michelangiolesco.

È proprio così che l’educazione del XXI secolo dovrebbe abituarsi a vedere i propri risultati, i tipi umani che essa pone in essere: come non-finiti, statue alle quali manca per fortuna la sgrossatura finale, opere d’arte che importano nella loro non-definitività e nella loro provvisorietà il colpo di scalpello finale della morte. L’educazione che mira al non-finito depone ogni traccia di potere totalizzante e di dominio assolutizzante: sa che non potrà ottenere tutto, e di questa parzialità fa uno stemma della propria identità.

Il campo dell’educazione è il campo del non-finito perché l’educazione, come l’arte, ha a che fare con la morte, con la fine, con la dissoluzione e come l’arte sa farne elemento di riflessione, di speranza e di utopia: rinunciando a dire la parola definitiva per balbettare qualcosa alle soglie del nulla.

“Madri conoscete il giorno della morte dei vostri figli?”: la frase di Rousseau (Émilie o dell'educazione) oggi significa anche che l’educazione deve imparare a fare i conti con la precarietà, deve abbassare le proprie pretese senza con questo pretendere di meno da se stessa e dal rigore delle proprie categorie; deve lavorare per un non-finito che poi affiderà al corso incostante della vita, non sapendo mai quando e se giungerà l’ora della definitiva barbarie o della possibilità di un ordine sociale migliore.

22-04-2010

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