L'arancione a scuola

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Leggerezza, gioco, divertimento: non si tratta solo di attività che permettono di “agganciare” i ragazzi e i bambini per motivarli allo studio ma di una vera e propria anima pedagogica dell’educazione scolastica, del suo autentico motore nascosto.

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“Occorre proporre al ragazzo un dispositivo scolastico che gli piaccia tanto da indurlo a identificarlo con i suoi mondi interiori", scrive Riccardo Massa nel libro Le tecniche e i corpi (Milano, Unicopli, 2004). La frase in un primo momento, stupisce: la scuola può davvero "piacere"?

C’è una inveterata abitudine a identificare la scuola soltanto con il dovere, la fatica, la noia; invece la scuola è anche gioia, liberazione, leggerezza.

La cosa importante è che lo sia in modo rigoroso e coerente, che sia allegra in modo serio: res severa verum gaudium.

Proprio l’arancione ci sembra richiamare a questa idea; si tratta di un colore che secondo Vasilij Kandinskiy (Lo spirituale nell’arte, Milano, SE, 2005) infonde all’energia del rosso “un senso di serietà” ma non di seriosità.

Serietà intesa come coscienza di sé e del mondo, come capacità di affrontare i rischi e i pericoli dell’esistere; serietà tipica di “un uomo sicuro della sua forza, che dà un’idea di salute”, che sia capace di stare bene con se stessi e con gli altri.

A scuola dunque ci si diverte, ricordando che il gioco e il divertimento non hanno uno scopo concreto: tirare una palla, scavare una buca sulla spiaggia, osservare il tramonto, studiare Napoleone Bonaparte sono comportamenti che non hanno altro scopo che se stessi.

Raffaele Mantegazza: 12 Agosto 2011 Cultura e pedagogia

Non si gioca per arricchirsi, non si fa una passeggiata nel parco per essere poi più freschi sul lavoro, non si ride per poter poi essere più efficienti, non si estrae la radice quadrata di 36 per poter essere migliori contabili. Si ride perché ridere è bello, si gioca perché è divertente, si va nel parco perché ci piace andarci, si studia perché studiare fornisce emozioni e sensazioni che altre attività non sanno regalare.

Anche l’adulto si diverte a scuola, come dimostra quello straordinario (e per certi versi problematico) film che è Chiedo Asilo di Marco Ferreri, con Roberto Benigni. Ma, all’interno del comune spazio di divertimento l’adulto, il maestro e la maestra hanno determinati compiti:

  • Il nominare le emozioni: i bambini e le bambine attraversano diverse emozioni quando condividono con i genitori un momento di gioco, avventura, divertimento, ma spesso non sono in grado di dare un nome a tali emozioni, sentono la paura ma non la riconoscono, non sanno che si chiama così, non sanno cosa fare quando la provano.
     
  • Il narrare i processi e i percorsi: l’adulto ha il compito di fare una specie di “riassunto delle puntate precedenti”, cioè di raccontare che cosa è successo e che cosa sta succedendo, o meglio di aiutare il bambino a farlo.
     
  • Infine, l’adulto deve essere capace di divertirsi su una gamba sola, ossia ricordare di essere un adulto e non un bambino poco cresciuto. Questo fa la differenza tra un adulto che gioca anche rumorosamente con i propri figli e un buffone.

Occorre sempre ricordare che il bambino non cerca nel papà e nella mamma due compagni di giochi ma un papà e una mamma che giocano con lui rimanendo papà e mamma.

Ciò significa attenzione ai rischi, senso del limite e della misura (“non possiamo lasciare qui i resti del pic-nic”), capacità di decidere quando il gioco finisce.

29-12-2009
 

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