Il nero a scuola

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L’educazione agli affetti non può parlare solo delle positività legate al mondo emotivo. Deve affrontare anche i temi negativi del mondo umano, gli elementi spiazzanti e paralizzanti del vivere.

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Educare alla morte: una sfida che sembra impossibile, una operazione che sembra destinare l’educazione allo scacco; ed è proprio così, perché solamente un’educazione che accetti di fare i conti con la dimensione del possibile scacco è in grado di conferire senso a questo terribile appuntamento.

Del resto non è forse proprio al gioco degli scacchi che il cavaliere del film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman  sfida la morte, perdendo la partita? 

Come è possibile educare a una esperienza che non abbiamo ancora provato?  Ma è vero fino in fondo che il senso di distacco e di congedo legato alla morte ci è così estraneo?

In fin dei conti le esperienze di perdita e di lutto sono quasi quotidiane, e lo sono anche per i bambini e le bambine: cambiare categoria nella squadra di calcio, cambiare catechista, cambiare allenatore; la fine di una vacanza, di un innamoramento, fino all’appuntamento di fine anno scolastico o al piccolo grande lutto della fine di un ciclo; esperienze di perdita e di congedo che possiamo prendere come spunto per trattare con i bambini e le bambine anche quelle emozioni negative che troppo spesso restano al di fuori dell’aula.

: 12 Agosto 2011 Cultura e pedagogia

Condividiamo infatti la necessità di una alfabetizzazione affettiva per i bambini e le bambine: ma quale educazione agli affetti può permettersi di trattare solamente il lato in luce dell’affettività umana (la gioia, la felicità, l’allegria), lasciando invece da parte tutti i lati d’ombra della medesima (la morte, il lutto, la paura)?

Si dice che non si cresce con la paura; è vero se questo significa che un rapporto formativo non può basarsi esclusivamente sulla paura, ma escludere del tutto questo affetto dalla formazione significa lasciare i ragazzi impreparati di fronte a quella che è una reazione evolutiva tipica di tutti gli animali (in fin dei conti è la paura del fuoco che ci spinge saggiamente a non toccare il fornello acceso).

Sono proprio l’imprevedibilità della morte, l’angoscia del lutto, la stretta paralizzante della paura a far sì che si concepiscano questi elementi come estranei al processo educativo: ed è invece così importante che i bambini e le bambine imparino fin dai primi anni di scuola a fare i conti con la paura, a capire che essa è necessaria e anche positiva, a condividerne lo spiazzamento ma anche le possibilità di uscirne; e soprattutto a fare i conti con le perdite (se la scuola non fornisce una risposta affettiva e culturale al tempo stesso a un bambino a cui è morto il cagnolino, a che cosa serve andarci?).

La scuola deve insegnare in modo concreto che l’atteggiamento umano di fronte alla morte è stato proprio l’inventare il lutto e il cordoglio, ovvero un modo (o meglio più modi) di dire le metamorfosi cui ci approssima la morte: un modo di addomesticare la morte e la paura nel senso etimologico, di portarle dentro la nostra domus, e, in senso più ampio, di collocarle dentro l’accogliente casa della scuola e dell’educazione.

18-12-2009
 

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