Il giallo a scuola

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A scuola si fanno cose belle: magari difficili, magari faticose, comunque belle. Perché allora la scuola fatica a essere lo spazio della gioia e della vitalità? Anzi sembra voler allontanare da sé queste dimensioni positive dell’emotività? 

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Non si impara solamente con la gioia; anche la fatica, la serietà, la concentrazione sono fondamentali per l’apprendimento.

È vero: ma ci sembra che a scuola, dopo una stagione forse troppo lunga nella quale sembrava che la dimensione seria dell’imparare fosse sbattuta fuori dall’aula (insieme con le poesie imparate a memoria, la calligrafia e, a ogni buon conto, con qualsiasi forma di valutazione), si stia affermando una sorta di controriforma, che tende invece a eliminare qualsiasi elemento di creatività e di gioia dalle giornate dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze:

  • centinaia di schede clonate, più che fotocopiate, per compiti che assomigliano più alla compilazione di un modello 730 che all’elaborazione di contenuti appresi;
  • cartelli che campeggiano sopra la lavagna proponendo qualcosa di ambiguo come “le nostre regole”, alcune delle quali incomprensibili (“sforzarsi di essere allegri” è una regola o una prescrizione paradossale?), in un contesto in cui riesce difficile pensare che quel cartello sia il frutto di un reale lavoro con i ragazzi;
  • insegnanti che confondono il necessario rigore con una sorta di sadismo pedagogico, che a volte giunge anche a umiliare i bambini e le bambine.
Raffaele Mantegazza: 12 Agosto 2011 Cultura e pedagogia

Tutto questo non è scuola, a meno di intendere la scuola come una edizione ridotta di una fabbrica fordista. Forse occorrerebbe ricordare quello che chiedeva alle scuole il filosofo Comenio, nel 1600: egli affermava che la scuola doveva essere: “un pubblico sanatorio, una pubblica palestra, un pubblico parlatorio, un pubblico centro di illuminazione, un pubblico laboratorio, una pubblica fabbrica di virtù, un’immagine dello Stato, una Chiesa visibile, una piccola amministrazione piena di esercizi per la condotta della casa, una piccola repubblica, una piccola chiesa”.

Ma soprattutto doveva essere “un piccolo paradiso pieno di delizie e di passeggiate amene, di spettacoli e di colloqui sia improvvisati per divertire, sia intorno agli argomenti proposti per indurre alla riflessione. E poi dibattiti per chiarire questioni, e redazione di lettere, e infine rappresentazioni di drammi per procurasi un’onesta libertà di parola”. (Si veda, di Comenio, la Didactica Magna, Palermo, Remo Sadron, 1969).

Nelle scuole si ride troppo poco; o meglio, si ride in modo squallido, imitando penosi personaggi da reality televisivi; si ride troppo poco a proposito del latino, della matematica, dell’inglese, o meglio si ride troppo poco con il latino, la matematica, l’inglese. Come se l’accesso ai mondi delle culture – che è lo specifico della scuola ed è una delle cose più straordinariamente belle che un bambino possa intraprendere – dovesse sempre passare attraverso strade buie e strette.

La gioia a scuola consiste nel saper interpretare con creatività e felicità il compito di chiedere a poesie e dipinti, operazioni aritmetiche e gerundi inglesi alcune tracce per poter diventare grandi. La creatività porta disordine nell’ordine spesso troppo rigido dei contenuti e delle discipline; è da questo disordine che nasce la gioia dell’apprendere, è da questo caos che nascono le stelle danzanti della vera, seria (ma non troppo) conoscenza.

27-01-2010
 

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