Dei bei prodotti

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La scuola deve riuscire a ottenere dei bei prodotti: non (solo funzionali), non (solo) efficienti ma soprattutto belli. I prodotti dei processi di apprendimento devono prima di tutto badare alla dimensione estetica che deve prevalere anche su quella dell’utilità

Il vaso di Eufronio (VI sec. a. C.)

Dai bei processi ai bei prodotti

Insistiamo spesso, e l’abbiamo fatto anche noi il mese scorso, sulla centralità dei processi nel campo dell’educazione; ma non vorremmo che questa sottolineatura andasse a scapito della qualità dei risultati. Anni di retorica contro “i programmi” ci hanno abituati a una pericolosa abitudine, dentro la scuola, a mettere in moto processi, percorsi, progetti senza curarsi della loro finalizzazione concreta, per cui sembra che a scuola si vada a fare tutto tranne che a imparare qualcosa.

Ma un processo è sensato se dà vita a un risultato, se si concretizza in un oggetto, anche mentale, che resti come testimonianza del lavoro svolto; altrimenti la scuola diventa un mulino che macina acqua a vuoto, un insieme di attività di “socializzazione” (parola assai bistrattata: in origine socializzare significava prendersi carico collettivamente dei problemi di ciascuno) che però rimangono chiuse in una sorta di movimento centripeto.

Se a scuola si deve (anche) stare bene, questo “star bene” deve portare nuovi oggetti sulla scena del mondo, in modo che anche chi sta fuori dalla scuola (quella dimensione che con una buona dose di presunzione definiamo “l’extrascuola”) possa “stare bene” anche grazie agli oggetti che la scuola mette in scena. La scuola deve allora essere l’ambito nel quale si rifiuta sdegnosamente la moda del “tirare via”, del lasciare un oggetto per un altro senza averne sviscerato tutte le dimensioni, anche quelle più nascoste.

Contro la moda dell’accumulare oggetti su oggetti in curricula scolastici poco credibili, che sembra essere il modello pedagogico della scuola italiana, occorre rinforzare la controtendenza a sostare sugli/negli oggetti anche e soprattutto quando questa scelta mobilita le dimensioni più operaie e apparentemente meno nobili della formazione. Saper squadrare un foglio è operazione necessaria per la produzione di qualsiasi opera d’arte: necessaria proprio nel suo carattere operaio, così come il lavare i pennelli con il diluente dopo averli utilizzati.

Una pedagogia del dettaglio

Dunque il “bel processo” dà vita a un “bel prodotto”: e il bel prodotto ha indubbiamente qualità estetiche ma, essendo inserito in un processo educativo deve avere qualità sociali e pedagogiche, la prima delle quali è la reale partecipazione di tutti alla sua realizzazione.

Troppo spesso di capita di ricevere e analizzare prodotti realizzati a scuola che molto chiaramente sono stati realizzati da due insegnanti e quattro ragazzi senza il coinvolgimento reale della classe. Un bel prodotto a scuola è quello nel quale ognuno sa vedere la traccia del suo lavoro e del suo contributo e, al contempo, riconosce come questa traccia sia visibile e finanche possibile da lasciare solamente se articolata con quelle degli altri e delle altre.

La pedagogia che dà luogo a oggetti belli è una pedagogia del dettaglio ed è l’attenzione ai dettagli la sua arma vincente; in questo senso gli oggetti prodotti a scuola sono depositari di una nuova pedagogia.

A scuola allora potrebbe essere utile recuperare un rapporto differente con gli oggetti: non più finalizzato solamente al funzionamento degli stessi ma abitato da altre dimensioni, come la lentezza (sono le cose a dettare i ritmi alle persone e non viceversa, come ben sa chi va in mare e non si sognerebbe mai di forzare i tempi di una navigazione tra i marosi), la dolcezza (in un’epoca nella quale gli automatismi degli oggetti sembrano quasi prescrivere alle persone gesti violenti e bruschi, la scuola potrebbe insegnare il senso del gesto trattenuto, della carezza e della pazienza), la cura (in un’epoca nella quale sembra che il fare le cose rapidamente e il “tirar via” siano all’ordine del giorno la scuola potrebbe insistere sul dettaglio, sul senso della precisione, sul fatto che a un oggetto che amiamo dobbiamo dedicare tempo, anche se si tratta di una poesia o di una equazione).

Il bel prodotto, il bell’oggetto gode di quella qualità che Walter Benjamin, nel suo L’opera d’arte nel’epoca della sua riproducibilità tecnica definiva “aura”; non si tratta però di una qualità metafisica ma viene legata dall’autore tedesco al “valore di esposizione” di un oggetto: l’aura di una pala d’altare è strettamente legata alla sacralità del luogo per il quale essa è stata pensata e realizzata e viene del tutto smarrita nelle sale di un museo o peggio ancora nell’ingresso di una banca; occorre allora chiedersi quale sia l’aura pedagogica degli oggetti prodotti a scuola, ovvero come presentare i prodotti della scuola.

Una modesta proposta

Occorre che la presentazione pubblica di ciò che è stato fatto a scuola (necessaria anche per un rilancio della scuola stessa presso l’opinione pubblica abituata a vedere il mondo massmediatico che parla della scuola solamente per parlarne male) tenga conto del valore di ciò che si espone e soprattutto mostri (in particolare ai genitori) il prodotto per mostrare il processo.

Non ha alcun senso infatti mettere in fila a fine anno una serie di cinquanta statuine di argilla realizzate dai bambini nel corso dell’anno se non la si correda di una documentazione anche fotografica o video sui processi di realizzazione delle statuine e sul ruolo che ogni bambino e ogni bambina ha avuto in questo processo, in modo che i genitori possano vedere sia la bellezza della fattura dell’oggetto sia la bellezza del lavoro concreto e collettivo dei propri figli insieme a tutti e tutte gli altri bambini e bambine.

Chiudiamo con una piccola proposta: cosa c’è di più bello di una mostra di fine anno sulla normalità scolastica, su quanto ottenuto a scuola in seno ai vituperati programmi? Una mostra su “come siamo riusciti a insegnare a leggere, a far capire l’uso del congiuntivo, a vincere la sfida con le radici quadrate”? Non sono questi dei “bei prodotti” dei quali la scuola spesso si dimentica, per realizzare magari l’ennesima, banalissima presentazione in powerpoint?

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