Dei bei processi

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I processi pedagogici e didattici che proponiamo a scuola sono fondamentali nella formazione dei bambini. Come possiamo renderli anche "belli"?

Gustav Vigeland, il ciclo della vita al Frogner Paerk di Oslo: la processualità dell’esistenza umana è parallela alla processualità dei percorsi scolastici ed educativi. - fonte immagine: wikimedia

Solo gli addobbi sono belli?

Come possiamo fare in modo che i processi educativi che hanno luogo a scuola siano “belli”? Come possiamo rendere realmente operativo il concetto secondo il quale sono i processi ad essere importanti nella scuola e non solo i risultati? Come possiamo organizzare una “bella didattica”?

Iniziamo dal negativo: uno spettacolo di fine anno perfettamente realizzato, magari un musical di alto livello, che ha visto lavorare come forsennati gli/le insegnanti per tre mesi, magari coinvolgendo solamente i bambini più dotati e “lasciando un po’ da parte i programmi” non è bello, è orribile dal punto di vista didattico e pedagogico. L’iconoclastia nei confronti dei programmi e il sussiego nei confronti della programmazione hanno portato ad appaltare il “bello” a dimensioni esterne alla didattica: sono belle le gite, è bello ciò che si fa in orario extrascolastico, è bello tutto, a scuola, fuorché la scuola. Crediamo fortemente sia ora di rendere bella la scuola: la didattica, la programmazione, la valutazione. Perché altrimenti il bello a scuola è solamente un orpello consolatorio.

I processi educativi che avvengono a scuola sono progettati, programmati, valutati; questa è la scuola e chi avesse in odio queste dimensioni dovrebbe semplicemente cambiare lavoro: è troppo facile fare cose belle a scuola nonostante la scuola. La scuola è bella se viene resa bella nella sua anima, nel motivo per cui essa esiste, non nei suoi addobbi: e la scuola esiste per progettare, programmare, valutare processi socializzati di apprendimento.

È allora possibile una bella progettazione educativa, ovvero la riflessione pedagogica sui processi quotidiani attraverso i quali la scuola (questa specifica scuola) cerca di ottenere i risultati: una progettazione che tenga conto del territorio, del contributo di tutti gli attori, che apra realmente la scuola alla partecipazione ma non in modo demagogico: è del tutto chiaro che sono gli/le insegnanti a tenere il capo della progettazione educativa, ma se lo fanno senza tenere conto del contesto sociale nel quale operano rischiano di fare quei Pof copia-e-incolla che costituiscono la vergogna di tanti Istituti. Un bel Pof o un bel Pei è un documento che viene redatto attraverso un reale processo di partecipazione e di lettura critica del territorio.

Un orologio e una meta da guardare insieme

Una bella programmazione prevede ovviamente la presa sul serio del concetto di collegialità: un processo educativo condiviso non può non trovare nella didattica il suo strumento di implementazione e dunque la programmazione è il luogo elettivo per questa promozione della bellezza: il che significa anche dare luogo a un bell’orario: l’orario delle lezioni non è uno strumento tecnico così come le copresenze non sono solamente una strategia di organizzazione del lavoro.

L’orario è la carta di identità temporale dell’istituzione. E allora scriviamo qualche eresia: che valore diamo a concetti come tempo pieno e tempo parziale? 

Riconosciamo ancora nel tempo pieno uno strumento emancipatorio, oggi che i ragazzi non hanno più nemmeno dieci minuti al giorno per stare un po’ da soli con se stessi? Pensiamo davvero che sia ancora “bello” che un bambino di otto anni passi dentro la scuola più tempo di quanto suo padre passa in ufficio? Una bella scuola è anche una scuola nella quale si discute di questi temi senza battaglie di retroguardia.

Una bella didattica è un percorso che guida i ragazzi passo dopo passo al raggiungimento di una meta, valorizzando gli scostamenti e i passaggi laterali ma non permettendo a nessuno di smarrire la strada; una buona didattica è quella che permette a tutti, nessuno escluso, di raggiungere gli obiettivi prefissati. Una buona didattica è abbastanza flessibile per riuscire ad adattarsi ai bisogni e alle esigenze di tutti questi i bambini e le bambine ma abbastanza rigida da tracciare sentieri che tutti debbano seguire.

Per questi motivi fare l’insegnante è un lavoro difficilissimo; coloro che ci dicono “cosa ci vuole a fare la maestra, leggi due cose e poi le dici ai bambini” rischiano di avere la ragione che non hanno se sentono dire: “se Marco non ha imparato è colpa sua (della famiglia/della scuola precedente/della TV) e non certo mio, mica posso portare avanti tutti”.

Valutare: che bellezza!

E infine, la parte finale del processo dovrebbe essere la più bella: restituire i risultati di un lavoro, dire “come è venuto” il lavoro, dire al bambino o alla bambina “come ti ho visto al lavoro”. Parliamo della valutazione che deve essere una bella valutazione; e chi dice: “il mio lavoro mi piace, a parte la valutazione” oppure “io non darei mai i voti” si comporta come un medico che dicesse “il mio lavoro mi piace, a parte la guarigione del paziente”.

Valutare è bello ovviamente se non si valuta la persona ma il processo e il risultato (entrambe le cose, mai una sola di esse). Se non si dice “sei insufficiente” ma “il tuo tema/disegno/problema è insufficiente”; se non si dice “non vai bene” ma “il percorso che hai fatto non ti ha portato dove dovevamo arrivare”. Se non si usa la valutazione come obbligo fastidioso o peggio come strumento di ricatto o di punizione (ma quanto dovremo ancora sopportare insegnanti che dicono oscenità del tipo:“ti metto insufficiente perché ti sei comportato male”?) ma la si intende come compimento di un processo e al contempo come pungolo e stimolo per andare avanti, iniziare una nuova sfida, una nuova ricerca di bellezza.

Spiace dire che, se sul versante della progettazione e in parte della programmazione e della didattica ci pare che molte esperienze portano nella direzione da noi auspicata, sul tema della valutazione un pensiero e un agire critici che la considerino come l’anima del processo educativo a scuola la rendano “bella” siano molto, troppo lontani.

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