Dei begli argomenti

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A scuola si parla di tanti argomenti belli: perché al solo chiamarli "programma" diventano noiosi?

La firma di Magritte

Annoiarsi in un mondo meraviglioso

Conoscere la storia degli esseri umani e la loro lotta continua per una vita migliore; assaporare i frutti dell’arte e della genialità di uomini e donne; studiare la natura in tutte le sue forme, dal batterio alla Galassia e oltre; sondare i profondi misteri dei numeri e delle lettere: i tanto vituperati “programmi” ci dicono che a scuola i nostri bambini devono imparare tutte queste meraviglie. Ma allora perché così tanti bambini non amano la scuola o peggio la reputano indifferente, come un male necessario?

I programmi presentano certamente qualche pecca, soprattutto quelli delle elementari che in nome della lotta contro un presunto “storicismo” della scuola italiana sembrano avere abbandonato del tutto la dimensione storica del sapere. Ma essi non fanno altro che proporre ai nostri scolari il sapere dell’umanità posto al livello della loro competenza; questo fatto di per sé dovrebbe fare della scuola un mondo meraviglioso e delle cose che vi si apprendono dei ricordi imperituri per tutta la vita.

Una esecuzione “scolastica” di una sinfonia da parte di un’orchestra non fa certo pensare a un momento di elevata performance, così come un romanzo eccessivamente “didattico” perde la sua forza narrativa; ma perché le parole della scuola, anzi della didattica, sembrano essere utilizzate soprattutto in forma negativa? 

Non possiamo essere così paranoici da pensare che sia tutta colpa dei cattivi massmedia; ci deve essere qualcosa che non funziona se un argomento appassiona un ragazzino se lo incontra sul web o gli viene presentato da uno zio appassionato mentre lo stesso argomento studiato a scuola è fonte di noia.

Una ricetta per il mondo della scuola

La scuola è il regno della mediazione: gli argomenti trattati sono “cucinati” dagli/dalle insegnanti, che devono raggiungere il difficile equilibrio tra la necessaria semplificazione e la banalizzazione che deve essere ad ogni costo evitata; il tutto cercando di condire la ricetta con la giusta dose di peperoncino e di aromi per farla assaporare volentieri ai ragazzi. 

È del tutto ovvio che non esiste alcun argomento che “in sé” sia accattivante o appassionante, e questo vale anche per le metodologie, con buona pace di coloro che si illudono di utilizzare il computer per “motivare” i ragazzi (e dovrebbero invece riflettere sul motivo per cui affidano a una macchina la competenza professionale strategica del loro mestiere: il creare motivazione. Una lezione sui misteri dell’universo può essere tremendamente noiosa e un accento posto sulla terza sillaba di un termine sanscrito può appassionare per anni chi si sia dedicato la sua vita allo studio di questi argomenti. 

La questione è allora il dispositivo educativo nel quale si vanno a inserire gli argomenti studiati, e a nostro parere questo dispositivo deve essere caratterizzato dalla differenza qualitativa dell’approccio ai temi tra scuola e vita.

La scuola non può essere il posto dell’ovvio, intendendo etimologicamente con questo termine ciò che si incontra per la via, ciò che i nostri occhi tutti i giorni sono abituati a vedere e le nostre orecchie a udire; e questo vale sia per il ragazzino che vive negli slums sia per il figlio del docente universitario che ha la casa tappezzata di libri. Una scuola che voglia riprodurre pedissequamente l’ambiente o gli ambienti che i bambini frequentano quotidianamente si ridurrebbe a inutile orpello; è del tutto ovvio che la scuola deve proporre argomenti che siano prelevati dal mondo della vita: ma appunto “prelevati”, ossia non lasciati lì dove li si è trovati e soprattutto come li si è trovati.

"Che cos'è questa roba?": la lezione dello stupore, al negativo

Quando entra a scuola ogni argomento del mondo esterno subisce una magica ridefinizione, cosa che accade a teatro quando una sedia sul palcoscenico è e non è contemporaneamente una sedia e per questo ci coinvolge immediatamente, a sipario aperto ma anche in assenza di attori o attrici, nel gioco narrativo. 

Tutto questo causa lo stupore o la meraviglia che già da prima di Aristotele erano il motore segreto di ogni apprendimento; ma stupore significa anche diffidenza. “Che cos’è questa roba?” si chiede un bambino o una bambina davanti a un oggetto che la scuola gli/le propone, percependone la necessaria distanza dagli oggetti della quotidianità. Questo stupore “negativo”, questa presa di distanza, questa resistenza nei confronti dell’oggetto da apprendere, lungi dal costituire un momento patologico, è hegelianamente il “momento negativo” dell’apprendimento, quel prendere le misure che ognuno di noi adulti mette giustamente in atto quando per esempio ci viene presentata una nuova persona (“chi è?”, “a chi assomiglia?”, “ poso fidarmi?”).

Anni di aggressione talebana ai programmi e ai contenuti (nonchè a quel metodo di apprendimento imprescindibile e prezioso che è l’imparare a memoria) ci hanno fatto dimenticare che il nuovo contenuto da apprendere non suscita immediato entusiasmo (questo semmai è suscitato dalla merce esposta nelle vetrine del Centro Commerciale) ma quel momento di spaesamento che è il principio di ogni nostra nuova conoscenza attorno al mondo che ci circonda.

I principi di globalità (insegnare tutto a tutti) e di gtadualità/ciclicità (re-insegnare gli argomenti a partire ogni volta dal livello degli allievi complessificando di volta in volta l’approccio) che già Comenio nel 1600 prevedeva sono da applicare a partire da questo spaesamento; che è poi lo stesso che mettiamo in atto di fronte al bello, quando siamo stupiti e spaventati dalla sua grandezza e poi ci mettiamo tenacemente e umilmente a provare a conoscerlo.

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