Cinema in classe: cosa e come

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Intervista a Chiara Tognolotti, Università di Firenze.

"Sotto il Celio azzurro", di Edoardo Winspeare

Chiara Tognolotti insegna Storia del Cinema all’Università di Firenze (facoltà di Scienze della Formazione). Ha collaborato alla stesura del numero 10 di “La Vita Scolastica”, con una panoramica sulle figure di maestri nella cinematografia italiana e straniera. L’abbiamo incontrata per proseguire il discorso e chiederle qualche indicazione su come utilizzare il cinema in classe.

Nel suo pezzo su “La Vita Scolastica” ha sostenuto che i maestri rappresentati dal cinema italiano sono perlopiù ‘anticonformisti’. Come interpreta questo fatto?

Credo che questo derivi da diversi fattori. Chi lavora nella scuola è costantemente a contatto con generazioni che si fanno sempre più lontane dalla sua e con le quali deve riuscire a stabilire un rapporto, se vuole che la relazione educativa abbia successo.

Questo vuol dire mettere sempre in discussione il proprio metodo e modo di agire; vuol dire restare aperti a nuove soluzioni; vuol dire, infine, saper osservare se stessi e mettersi in gioco in una relazione aperta e quasi mai semplice. Dunque il maestro è anticonformista quasi per vocazione, perché non può permettersi di restare uguale a se stesso; e il cinema non fa che riflettere questa realtà.

Inoltre, la scuola spesso e volentieri è più avanti della società, perché si confronta ogni giorno con i problemi della convivenza tra generazioni, provenienze, identità e valori diversi. È quasi inevitabile che da una simile situazione escano atteggiamenti visti, dall’esterno, come anticonformisti perché prodotto di una continua sperimentazione, di un costante tentativo di adattare il proprio lavoro di insegnanti al mutare di quello che ci sta intorno.

Mi viene in mente il maestro Marco Terzi (interpretato da Michele Placido), protagonista del film Mery per sempre (di Marco Risi, 1989), che in una scena chiave del film bacia il suo allievo Mario/Mery, omosessuale dichiarato e per questo tenuto a distanza da tutti, dimostrando di non avere paura di sfidare i pregiudizi omofobici: non solo quelli interni al microcosmo rappresentato nel film ma anche di quelli radicati in un pubblico di spettatori che, più di vent’anni fa, vedevano la vicenda di Mery per sempre andare contro uno degli atteggiamenti più radicati nella cultura maschilista italiana, quello della virilità da ostentare a tutti i costi.

In questo senso il cinema più coraggioso, come quello di Risi, s’identifica in qualche modo con la figura del protagonista del film: entrambi, film e maestro, sono pronti a sfidare e addirittura ad andare contro le aspettative del loro pubblico in nome di un progetto culturale innovativo e profondamente ‘altro’.

Quindi il maestro è anticonformista perché è il film a esserlo: la struttura del racconto cinematografico, come il percorso educativo, spesso si trova a seguire itinerari poco battuti e percorsi imprevedibili, allo scopo di instaurare una relazione nuova col proprio interlocutore, sia esso l’allievo o lo spettatore.

Come sono rappresentati i maestri nel cinema di altri Paesi?

Non è facile rispondere a questa domanda in poche battute; diciamo che la tipologia è estremamente varia. Il cinema francese, da sempre molto attento alla rappresentazione della vita scolastica sul grande schermo, spesso ha descritto con grande realismo la figura del maestro, sempre sottolineandone le qualità umane e facendone un eroe quotidiano, uno che tutti i giorni cerca di crescere insieme ai suoi allievi.

In questo senso possiamo ricordare il professor Bégaudeau di La classe (Entre les murs, di Laurent Cantet, 2008) che, insegnante di francese in una scuola media della banlieue parigina, cerca con ostinazione tenace non solo di portare avanti il programma ma anche di far uscire i suoi ragazzi dalla chiusura del ghetto sociale in cui si trovano a vivere.

Il cinema americano tende più a rappresentare l’insegnante come maestro di vita; l’archetipo sta nell’Attimo fuggente. Il cinema holliwoodiano per le sue storie ha bisogno di eroi: e il maestro ribelle che riesce a far crescere i suoi allievi, sradicandoli dall’aderenza passiva ai codici conservatori e spesso meschini di una società eccessivamente competitiva e spietata, è il personaggio perfetto per il racconto di formazione che così spesso è alla base del racconto cinematografico classico.

Da ricordare infine il recente ritratto, a tinte cupe, dell’insegnante tedesco in L’onda di Dennis Gansel (2008), in cui un professore di educazione fisica sceglie di spiegare ai suoi studenti l’idea di autocrazia coinvolgendoli in un esperimento di “regime dittatoriale” fra i banchi di scuola. Per una settimana dovranno rispondere a un rigido sistema disciplinare, conformarsi a un codice di abbigliamento e lavorare insieme senza possibilità di contraddittorio o di disobbedienza. I ragazzi, dopo poco tempo, si conformano a questa sorta di cameratismo malato coagulandosi intorno alla figura del “cattivo maestro”, sentendosi autorizzati a imporre le proprie decisioni a tutti gli altri ragazzi (ma anche fuori dalla scuola) con atti di violenza e vandalismo.

Quali film consiglierebbe a un insegnante che volesse imbastire in classe un laboratorio sul rapporto maestro-allievo?

La scelta dei film dipende naturalmente dalla classe che si ha davanti (scuola primaria, secondaria di primo o secondo grado…) e dal livello medio di concentrazione, che varia moltissimo da classe a classe. Detto questo, un buon ciclo di film orientato su titoli classici potrebbe comprendere I quattrocento colpi (Les quatre-cents coups, 1959) e Gli anni in tasca (Argent de poche, 1976) di François Truffaut; Zero in condotta (Zéro de conduite, 1933) di Jean Vigo; Amarcord (1973) di Federico Fellini.

Volendo invece puntare sul contemporaneo e muovendosi dalla scuola d’infanzia alla primaria e poi alla secondaria, nel panorama italiano, sceglierei Sotto il Celio azzurro (2009) di Edoardo Winspeare, un documentario su una scuola d’infanzia multicolore di Roma, in cui la relazione educativa coinvolge anche i genitori; Del perduto amore (1998) di Michele Placido, per l’intensità del rapporto che la maestra instaura con la sua classe, nell’Italia contadina degli anni Cinquanta; Caterina va in città (2003) di Paolo Virzì, storia dell’impatto difficile di una ragazzina con una scuola media rinomata di una grande città; segnalerei infine La scuola è finita (2010) di Valerio Jalongo, che ripercorre la relazione tra uno studente “difficile” e due suoi insegnanti delle superiori, un tempo marito e moglie.

Un menzione a parte va fatta per Diario di un maestro (1972), di Vittorio De Seta, splendido documentario sull’esperienza di vita di un maestro e dei suoi allievi nell’estrema periferia romana, film che a mio parere ogni insegnante (ma anche ogni studente) dovrebbe vedere.

Le nuove tecnologie hanno modificato le possibilità della didattica attraverso il cinema? Come?

Sicuramente sì. Innanzitutto è molto più facile far vedere un film in classe: il lettore dvd ha una risoluzione molto migliore delle vecchie vhs, e basta un proiettore di qualità media per ottenere un buon risultato. Inoltre, il costo dei dvd è ormai molto basso, e non è difficile organizzare una buona videoteca a scuola. Se poi si ha a disposizione la LIM le cose migliorano ancora: si possono vedere video e film online con grande semplicità. Anche se, devo dire, resto affezionata al cinema in sala e credo che sia utile per la classe poter andare al cinema tutti insieme; la visione sul grande schermo rimane sempre insostituibile.
Infine, se si vuole progettare la realizzazione di un cortometraggio, le cose sono ormai alla portata di tutti: bastano uno smartphone e un semplice programma di montaggio, ormai presente su molti computer, per poter girare e montare un breve filmato.
 

29 Giugno 2012 Cultura e pedagogia

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